Nel gruppo di famiglia scrissero: “Non diciamole niente, tanto continuerà a pagare. ” Le mie mani tremavano. Pochi minuti dopo, il telefono squillò. Mi chiamo Silvana e guadagno da vivere ascoltando.

Non è una metafora: otto ore al giorno sto in una stanza al terzo piano di un palazzo in via Malta, con le cuffie in testa, a lavorare su voci altrui. Podcast di storia locale, audiolibri, qualche demo di band che sognano il successo. Non faccio miracoli: tolgo le sibilanti, sistemo i livelli, taglio le pause fastidiose e lascio quelle giuste. Nello studio, oltre a me, c’è Enzo: trentaquattro anni, sposato, due bambini piccoli.
Lavoriamo insieme da quasi tre anni. Quella mattina stavamo finendo la seconda puntata del podcast sugli anarchici siciliani. La voce del professor Sferrazza era profonda ma piena di deglutizioni prima di ogni frase. Al terzo ascolto, cominciavo a odiarla.
“Ancora,” dissi togliendomi le cuffie. “Al minuto 12:40. ”
Enzo si chinò sullo schermo. “Sento, lo taglio?
”
“Se ce ne sono altri venti così, impazzisco. Digli di bere acqua prima di registrare. ”
“Gliel’ho detto. Dice che l’acqua gli fa venire mal di gola.
”
A pranzo ricevetti la chiamata di mia madre, come sempre: “Silvana, hai mangiato? ” Poi l’invito: cena da loro sabato, Letizia sarebbe venuta con i bambini, papà voleva vedermi. “E non mettere quel maglione nero, sembri una vedova. ”
“Non lo metto.
”
Mirella, la mia coinquilina, era in cucina quando tornai a casa; beveva un vino costoso regalatole dal lavoro. Sul tavolo, un giornale aperto alle offerte di lavoro. “Cena di famiglia sabato,” dissi. Alzò lo sguardo.
“Ancora? ”
“Che vuol dire ‘ancora’? Ci vado una volta al mese. ”
“Ricordo solo che l’ultima volta sei tornata come se ti avessero picchiata.
”
Sabato arrivai a casa dei miei alle 7:15. Mia madre mi guardò su e giù: “Quella camicetta lì, di nuovo? ” “Non è quella, è un’altra, questa è blu. ” Mi baciò sulle guance e tornò ai fornelli.
A cena, padre mi chiese del lavoro. “Stiamo finendo il podcast sugli anarchici. ” “Qualcuno lo ascolta? ” “Sì.
” “Bene. Meglio che tu ti trovi qualcosa di più tranquillo. Tutto il giorno con le cuffie ti rovina l’udito. ”
Sul bus di ritorno, aprii il gruppo di famiglia per scrivere a Mirella.
C’erano messaggi che non avevo visto, uno di mia madre, inviato ore prima a Letizia e a mio padre, ma finito lì per errore. Diceva: “Non ditele nulla di settembre, paga ancora, tanto non serve sconvolgerla ora. ”
Lo lessi una volta, due volte. Settembre.
Da due anni pagavo diverse rate mensili per la riabilitazione di mio padre, come mi avevano detto. Conti diversi, una clinica, un sistema complesso che divideva gli importi. Non avevo mai approfondito, mi fidavo. Settembre era una di quelle rate.
“Paga ancora. ” Che cosa significava “ancora”? Che qualcuno aveva pensato che potessi smettere. Che c’era stata una conversazione in cui si era discusso se dirmelo o no.
Chiusi la chat. Le mani mi tremavano. Quella notte non dormii, facevo calcoli nella testa: circa 23. 000 euro in due anni.
Nessuna lacrima. Qualcosa dentro di me si era chiuso a chiave. La mattina dopo mia madre chiamò: “Silvana, tesoro, sei arrivata? ” Aveva dimenticato di chiederlo la sera prima, una novità.
Poi, con naturalezza: “Senti, ho parlato con papà. Magari non devi più pagare quella di settembre, è quasi chiusa, il resto lo sistemiamo noi. Disdici il bollettino, ti mando il numero. ”
Già che ero sveglia: disdici il pagamento.
Non mi chiese come stavo, cosa avevo mangiato. Andò dritta al punto. Non cancello nulla. Nei giorni successivi, sedici chiamate da mia madre, tre da Letizia.
Nessuna da mio padre. Lui non chiamava mai per primo. Quando la richiamai, la sua voce era tesa: “Hai disdetto il pagamento? ” “Non ho avuto tempo, lo faccio stasera.
” “Per favore, fallo. A volte la banca fa doppi addebiti. ” “Sì. ” “Non sei arrabbiata, vero?
” “Perché dovrei esserlo? ”
Andai a Catania da Letizia con una scusa: Matteo non dormiva bene. Salvatore mi aprì, sorpreso ma impassibile. Letizia era in cucina.
Le chiesi di Salvatore, del lavoro, dei soldi. “Tutto bene,” disse. “Perché me lo chiedi? ” “Così, per sapere come stai.
” Mi guardò, poi si voltò verso i fornelli. Sentii la sua voce cambiare. È il mio lavoro: sento quando le persone mentono. Mentre ero nella stanza di Matteo, sentii squillare il telefono di Letizia.
Rispose e andò in camera da letto. Non sentivo le parole, solo i toni: brevi, infelici, come se si stesse giustificando. Sapevo chi stava chiamando. Tornai a casa e raccontai tutto a Mirella.
“Tredicimila, più o meno, in due anni,” disse. “È un modello di business. Ti ha fatto sentire una brava figlia e hai pagato per quella sensazione. ” Non rideva.
“Cosa farai? ” “Cancellerò tutti e tre i pagamenti. Uno alla volta. Prima quello che mi ha chiesto lei, così penserà che sono la figlia obbediente.
Poi gli altri, senza spiegazioni. ”
Cancellai il primo quella sera. Le mani smisero di tremare. Mi stupii.
Quattro giorni dopo cancellai il secondo. Giovedì mattina mi chiamò mio padre. Era la prima volta in mesi. “Silvana, come stai?
” “Bene. ” Pausa. “La mamma è agitata. Un pagamento non è andato a buon fine.
” “Non l’ho dimenticato. ” “Ah. ” Altre pausa. “Papà, sai a cosa servono questi soldi?
” Silenzio. Contai: tre, quattro, cinque secondi. “Non capisco di cosa parli. ” Poi riattaccò.
Mia madre chiamò venti minuti dopo. “Cosa sta succedendo? ” “Niente. Papà ha riattaccato.
” “Cosa ti ho fatto? ” “Nulla. Ci vediamo domani. ”
Andai da loro il giorno dopo.
Mia madre aveva cambiato il vestito per me, si era preparata. Mio padre era seduto in poltrona, il giornale chiuso accanto a lui. “So dei soldi,” dissi. Mia madre aprì la bocca, la richiuse, guardò mio padre.
Lui guardò fuori dalla finestra. “So che papà sta bene da molto tempo. So che la riabilitazione era un programma statale. So che i soldi che ho mandato non sono andati dove mi avete detto.
” Il silenzio di mia madre fu una conferma. Non stava mai zitta quando poteva negare. “Quanto deve Letizia? ” chiesi.
“Non è importante. ”
“Per me lo è. ”
“Silvana, mi parli come se ti avessi derubata. ”
“E non è così?
”
Sospirò, quel suo sospiro lungo e nasale. “Letizia è venuta da me con le lacrime, due inverni fa. Aveva un debito di 17. 000 euro.
Salvatore l’avrebbe uccisa se lo fosse saputo. Non potevo gestirlo da sola. Tu avevi appena iniziato a lavorare, guadagnavi bene, vivevi da sola, non avevi responsabilità. ”
“Mi hai fatto prendere le tue.
”
“Mamma, non ho rubato, ho solo taciuto. Quello si chiama rubare. ” Risii, breve, senza gioia. Mi rivolsi a mio padre.
“Lo sapevi? ” Rimase in silenzio dieci secondi. Poi mi guardò dritto negli occhi. “Sapevi dal principio.
” “Sì. ” “E hai taciuto. Perché? ” Alzò le spalle, quel suo gesto piccolo.
“Pensavo che fosse meglio così. ” “Per chi? ” “Per tutti. Anche per te.
Pensavo che non te ne saresti accorta. ”
Fu la cosa più terribile che potesse dirmi. Non “non l’ho fatto per soldi”, non una scusa. Pensavo che non te ne saresti accorta.
Per tutto quel tempo, aveva pensato a me come a qualcuno che non si accorge quando le rubano i soldi dal portafoglio. Una bambina che non sa contare. Mi sentii bruciare il viso, non di rabbia, ma di vergogna. Mi vergognai di mio padre.
“Papà, sai che lavoro faccio? Sento quando la gente mente. Lo capisco dal respiro. ” Abbassò lo sguardo.
“Adesso non stai mentendo. Ma hai mentito per due anni. Non hai detto nulla. È la stessa cosa.
”
Mia madre batté le mani: “Basta, Silvana. Non parlare così a tuo padre. Ha un problema al cuore. ” “Ha un problema al cuore da quarant’anni.
È diventato particolarmente prezioso da quando hai deciso di usarlo come scusa. ”
Lui si alzò. “Non ti permetto di parlargli così in casa mia. ” “Va bene, vado.
” “Silvana, cosa pensi di fare? ” “L’ho già fatto. ” “Hai disdetto tutto? ” “Non tutto.
Il terzo lo stasera. ” “Non ti aiuteremo più. ” “Aiutare è quando ti chiedono. Io non sono stata chiesta.
” “Questa è famiglia, Silvana. Nella nostra famiglia non si fanno queste cose. ” Mi fermai sulla soglia. “Per soldi, mamma, non si disperde chi non è stato derubato.
”
Uscii. La porta si chiuse piano dietro di me, avevano un buon chiudiporta. A casa, steso sul divano, aprii l’app della banca e cancellai il terzo pagamento, il più piccolo. Il messaggio diceva “Pagamento disdetto con successo”.
Pensai che fosse una strana formulazione. “Con successo”, come se la disdetta fosse un traguardo. Letizia chiamò alle 4:30. “Mamma ha detto che sei stata lì.
” “Sì. ” “Perché ti comporti così? ” “Letizia, non voglio parlarne. ” “Bene, io sì.
Non sono stata io a chiedere alla mamma. È stata lei. Le ho detto di non coinvolgerti, ma mi ha ascoltata? ” “E cosa dovevi fare?
Dire no. ” “Silvana, ti restituirò i soldi. ” “Non serve. ” “Ti restituirò tutto, quando Salvatore avrà il bonus.
” “Non serve. Non voglio che mi restituisci i soldi. Voglio che mi lasci in pace. ” Sentii il suo respiro corto, come se l’avessi colpita.
La settimana passò in un silenzio strano. Non chiamò nessuno. Lunedì finii il lavoro col professor Sferrazza. Martedì ricevetti un messaggio da una certa Greta, produttrice di un nuovo podcast su compositori dell’Ottocento, che cercava un editor audio.
La paga era buona. Mercoledì aprii un conto separato, non collegato alla mia carta, non visibile negli estratti conto. Ruotai una parte dello stipendio lì. Per la prima volta in vita mia avevo soldi di cui nessuno sapeva nulla.
Giovedì parlai con Greta: mi chiese se potevo andare a Palermo a giugno per un incontro preliminare. Dissi di sì. Venerdì mio padre mi chiamò. “Silvana, potresti venire a trovarmi?
” “Non a casa. ” “In città. ” “Perché voglio parlare senza tua madre. ” “D’accordo.
” “All’alba, al bar dove ti portavo da bambina. ”
Il bar era ancora lì, con lo stesso insegna, lo stesso odore di caffè e tabacco. Mio padre era seduto al tavolo vicino alla finestra, davanti a un espresso che non aveva toccato. Mi sedetti di fronte.
“Silvana, volevo dirti una cosa. La mamma non è colpevole. ” “Lascia stare, papà. ” “Era colpa mia.
” “Non fare così. Non dire. So che non era tua. Conosco mamma e conosco te.
” Sospirò, alzò gli occhi. “Volevo che fosse più facile per te. Perché non pensassi male di lei. ” “Papà, è troppo tardi.
” “Lo so. Allora perché vieni qui? ” Alzò le spalle, lo stesso gesto di sempre. “Perché non so fare altro?
”
Gli dissi che andavo a Palermo. Annuì, non chiese altro. “Volevo dirti un’altra cosa. Non ne parlerò più con te, se non vuoi.
Capisco che non vuoi venire. ” “Va bene. ” “Volevo solo che tu lo sapessi. Che capisco.
” Lo guardai e pensai che “capisco” per lui era una forma di responsabilità. Non lo era. Era una posizione comoda in poltrona. Ma non glielo dissi.
Non avevo più la forza di spiegare la differenza a mio padre. “Papà, vado. ” “Sì. ” Mi alzai.
“Silvana. ” Mi girai sulla porta. “Arriva sana e salva. ” “Lo farò.
”
Uscii. C’era il profumo di mare, di alghe, di ferro. Camminai fino alla passeggiata, mi sedetti sul muretto e guardai l’acqua. I gabbiani urlavano.
I gabbiani hanno un bel verso, sgradevole, sincero, senza sfumature. I gabbiani non mentono mai. Rimasi lì fino al buio. Quando tornai, Mirella era in cucina.
“Vado a Palermo,” dissi. Alzò la testa. “Quando? ” “A giugno, per un paio di giorni.
E forse poi per sempre. ” “Per sempre. ” “Non so ancora se il lavoro mi piacerà. E l’appartamento… ti avviserò con un paio di mesi di anticipo.
” Annuì. Poi prese la bottiglia che le avevano regalato, ne versò due dita. “Ai compositori dell’Ottocento. ” Bevemmo.
Il vino era invecchiato, un po’ più amaro, ma non importava. Andai in camera. Presi il telefono e aprii la chat di famiglia. Nessun nuovo messaggio da una settimana.
L’ultimo era di mia madre: “Non ditele nulla di settembre, paga ancora, tanto non serve sconvolgerla ora. ” Era ancora lì. Nessuno l’aveva cancellato. Pensai che forse mia madre non sapeva che l’avevo letto, che era passata tutta la settimana a chiedersi se lo sapessi, e quanto, e da dove.
La immaginai la sera, con il cucito in mano, a pensarci. A pensarci e a non poter chiedere. Fu l’unico pensiero della giornata che quasi mi rallegrò. Chiusi la chat.
Non la cancellai, uscii e basta. Posai il telefono sul comodino, a schermo in giù, e mi sdraiai. Fuori era buio, da qualche parte qualcuno avviava uno scooter. Rimasi in silenzio ad ascoltare.
Mentre mi addormentavo, pensai che anche a Palermo ci sono gli scooter, e che lì fa buio allo stesso modo, e che anche lì ci sono finestre dietro le quali qualcuno è sdraiato e ascolta. Era normale. Anzi, era quasi bello.


