Sono le 3:28 del mattino quando sento il letto muoversi accanto a me. Non è la prima volta, né la decima. Chiudo gli occhi e fingo di dormire, ma il cuore mi martella contro le costole. I passi di Giuliana scivolano leggeri sul pavimento di legno del nostro appartamento a Verona, vicino a Piazza delle Erbe.

La porta della camera si chiude con un click appena percettibile. Mi alzo senza fare rumore. Ventitré anni di matrimonio mi hanno insegnato a muovermi come un fantasma nella mia stessa casa. Il corridoio è buio, ma dalla cucina filtra una luce debole, quella del suo telefono.
Mi fermo prima dell’angolo e trattengo il respiro. Giuliana sussurra qualcosa. No, aspetta. Lei non sussurra.
Lei ascolta. Il silenzio è pesante, innaturale. Solo il ronzio del frigorifero e il suo respiro irregolare. Guardo l’orologio: le 3:34.
Sta ancora ascoltando. Chi parla dall’altra parte della linea alle tre e mezza del mattino, mentre mia moglie resta immobile in piedi con il telefono incollato all’orecchio come se la sua vita dipendesse da ogni parola? Poi lo sento. Una voce bassa, maschile, distante ma chiara.
Non distinguo le parole, ma il tono è tutto fuorché neutro. C’è intimità lì dentro, qualcosa che mi trafigge come una lama arrugginita. Giuliana sussulta e gira la testa di scatto verso il corridoio. I nostri sguardi si incrociano per una frazione di secondo prima che lei prema furiosamente sullo schermo.
«Dormivi? » chiede con una voce troppo acuta, troppo veloce. Non rispondo subito. La osservo, questa donna con cui ho condiviso metà della mia vita, che mi ha dato due figli che conosco meglio del palmo della mano.
O almeno, credevo di conoscerli. «Sì», dico alla fine. «Stavo dormendo. »
La mattina dopo faccio colazione come sempre.
Caffè nero, due fette biscottate con marmellata di albicocche. Giuliana prepara il suo tè verde, quello che compra dal negozietto biologico su via Cappello. I suoi movimenti sono meccanici, studiati. Spalma il burro sul pane con una precisione quasi ossessiva, evitando il mio sguardo con un’abilità che deve aver perfezionato nel tempo.
«Hai dormito bene? » le chiedo, mescolando lo zucchero nel caffè con movimenti lenti e circolari. Lei annuisce senza alzare gli occhi dal piatto. «Sì, benissimo.
Benissimo. »
La parola resta sospesa tra noi come fumo denso. Potrei dirle che so. Potrei buttare tutto lì adesso, vedere la sua faccia scomporsi, ascoltare le sue giustificazioni patetiche.
Ma qualcosa dentro di me, qualcosa di più freddo e calcolato, mi dice di aspettare. «Devo andare in cantina oggi», dico invece, mordendo il biscotto. «Devo controllare le scorte per il ristorante. »
Giuliana lavora con me da dodici anni.
Il nostro ristorante, Da Lorenzo, è una trattoria familiare nel centro storico, tra le vie acciottolate dove i turisti si perdono cercando la casa di Giulietta. Mio padre lo ha aperto quarantun anni fa, io l’ho rilevato a ventisei. Giuliana gestisce la sala, io la cucina. Una squadra perfetta, dicevano tutti.
Una coppia che lavora e vive insieme senza litigare mai. Che invidia! «Va bene», risponde lei portando la tazza alle labbra. «Io vado dal parrucchiere alle dieci.
Ho appuntamento con Francesca. »
Francesca, la sua parrucchiera da otto anni. Quella che le fa i colpi di sole color miele ogni sei settimane. Eppure oggi, quando pronuncia quel nome, qualcosa nella sua voce suona falso, come una nota stonata in una sinfonia.
«Alle dieci», ripeto, guardandola finalmente negli occhi. Lei sostiene il mio sguardo per un secondo, forse due. Poi lo distoglie verso la finestra. Il sole del mattino filtra attraverso le tende bianche della nostra cucina, illuminando il suo profilo.
A quarantasei anni, Giuliana ha ancora i capelli castano chiaro che le arrivano poco sotto le spalle e occhi nocciola che un tempo mi facevano perdere il sonno. È ancora bella, questo non posso negarlo. Ma oggi la guardo come se la vedessi per la prima volta. O forse come se la vedessi davvero per l’ultima.
Finisco il caffè in silenzio. Lei raccoglie i piatti e li porta al lavandino. L’acqua scorre, il detersivo profuma di limone. Gesti quotidiani, normali, rassicuranti.
Ma c’è una crepa in questa normalità, una fessura che si allarga ogni secondo che passa. «A che ora torni dal parrucchiere? » chiedo mentre mi alzo dalla sedia. «Non lo so.
Verso mezzogiorno, forse l’una. Perché? »
«Solo curiosità», rispondo infilando la giacca. Esco di casa alle 8:30.
L’aria di aprile è fresca, sa di primavera e di pietra antica. Verona si sveglia lentamente intorno a me. Le serrande dei negozi che si alzano, il profumo del pane appena sfornato dalla panetteria degli Esposito, il rumore dei motorini che sfrecciano sui san pietrini. Ma io non vado in cantina.
Vado alla tabaccheria di Marco, il mio amico d’infanzia. Quello che conosce tutti e tutto in questa città. Quello che per venti euro e un caffè può dirti chi è uscito, con chi, dove e quando. Marco mi guarda da dietro il bancone con quell’espressione che conosco fin troppo bene.
È la stessa che aveva a quattordici anni, quando gli chiesi di coprirmi mentre marinavo la scuola per andare al cinema. «Lorenzo», dice appoggiando i gomiti sul vetro della vetrina dei sigari. «Non mi piace quella faccia che hai. »
«Quale faccia?
»
«Quella di uno che sta per chiedermi qualcosa che non dovrebbe chiedere. »
Sorrido, ma è un sorriso amaro. «Ho bisogno di un favore. »
Marco sospira e passa una mano tra i suoi capelli grigi.
A cinquant’anni, tre ex mogli e una conoscenza enciclopedica di tutti gli scandali di Verona, se c’è qualcosa da sapere, lui lo sa. O conosce qualcuno che lo sa. «Dimmi. »
«Giuliana esce tutte le notti verso le tre.
Telefona a qualcuno. Non parla, ascolta. Questa notte ho sentito una voce di uomo. »
Marco non sembra sorpreso.
Questa è la prima cosa che mi colpisce. Non alza le sopracciglia, non fa domande stupide. Annuisce semplicemente, come se avesse aspettato questo momento da tempo. «Lo sospettavi?
» chiedo, sentendo qualcosa stringersi nel petto. «Lorenzo, inizi—»
«Dimmi solo se sai qualcosa. Non voglio pietà, voglio informazioni. »
Lui tace per un lungo momento.
Poi prende due tazzine e prepara il caffè con la macchinetta dietro il bancone. Il rituale del caffè, l’àncora di salvezza degli italiani quando le parole diventano troppo difficili. «Ci sono voci», dice finalmente, versando lo zucchero nella sua tazzina. «Niente di concreto, capisci?
Solo voci. »
«Che tipo di voci? »
«Che Giuliana è stata vista tre settimane fa a Soave, in quel ristorantino nuovo vicino al castello. Era con un uomo.
Non ti somigliava. »
Soave. Un paese a trenta chilometri da Verona, famoso per il vino bianco e il castello medievale. Un posto dove uno va se non vuole essere visto, se non vuole incontrare conoscenti.
«Chi te l’ha detto? »
«Stefania. La cugina della mia seconda moglie. Lavora lì come cameriera due volte a settimana.
Ha detto che sembravano intimi. Lui le teneva la mano sul tavolo. Ridevano. »
Bevo il caffè in un sorso solo.
È bollente, mi brucia la gola, ma quasi non lo sento. «Descrizione dell’uomo? »
Marco esita. «Lorenzo, sei sicuro di voler—»
«Descrivilo.
»
«Alto, circa un metro e ottantacinque. Capelli scuri, curati, giacca elegante. Quella da tipo che ha soldi. Età difficile da dire, quaranta, quarantacinque.
Stefania ha detto che aveva un orologio che luccicava anche da lontano. »
Chiudo gli occhi e visualizzo la scena. Giuliana, mia moglie, seduta a un tavolo con uno sconosciuto elegante in un ristorante a Soave. Le loro mani intrecciate.
Le loro risate. Mentre io ero qui a Verona, probabilmente a controllare le forniture del ristorante o a preparare il ragù per il giorno dopo. «Hai bisogno di altro? » chiede Marco, la voce più morbida ora.
«Sì», rispondo riaprendo gli occhi. «Ho bisogno che tu scopra chi è. Nome, cognome, dove lavora, dove abita. Tutto.
»
«Lorenzo, forse è meglio se—»
«Fallo e basta. »
Lui annuisce lentamente. «Ti costerà più di venti euro. »
«Non mi importa quanto costa.
»
Esco dalla tabaccheria alle 9:15. Il sole è più alto ora, la città completamente sveglia. Cammino senza meta tra le vie, passando davanti alle vetrine dei negozi, ai turisti con le loro macchine fotografiche, alle coppie che si tengono per mano. Coppie che si tengono per mano come Giuliana e il suo.
Come si chiama? Chi è? Un collega, un vecchio amico, un amante incontrato per caso? O qualcuno che frequenta da anni, mentre io, stupido, preparavo tortellini e risotti pensando che tutto andasse bene?
Il telefono vibra nella tasca. Un messaggio di Giuliana. «Finito prima dal parrucchiere. Torno a casa.
Hai bisogno di qualcosa? »
Guardo il messaggio per un lungo momento. Poi scrivo: «No, ci vediamo stasera al ristorante. »
La sera devo comportarmi come sempre.
Sorridere ai clienti, cucinare i miei piatti, scherzare con il personale e guardare Giuliana muoversi tra i tavoli con il suo sorriso professionale, il suo modo gentile di parlare con le persone. E chiedermi quante volte mi ha mentito con quello stesso sorriso. Passano quattro giorni prima che Marco mi richiami. Quattro giorni durante i quali fingo normalità con una precisione chirurgica.
Sorrido a Giuliana, le chiedo com’è andata la giornata. Dormo accanto a lei come se non sapessi che ogni notte, quando pensa che io dorma, lei si alza e va a sussurrare segreti a qualcun altro. La terza notte la seguo di nuovo. Stessa scena.
Le tre del mattino, lei in cucina con il telefono. Quella voce maschile dall’altra parte. Questa volta riesco a sentire qualche parola. «Domani.
Impossibile, lo so. Mi manchi anche tu. »
Mi manchi anche tu. Tre parole, tre semplici parole che trasformano i sospetti in certezza, le voci in realtà, il dubbio in una lama affilata che mi taglia dentro.
Torno a letto prima che mi veda. Il cuore mi batte così forte che temo possa sentirlo quando rientra, scivolando sotto le coperte con movimenti cauti. Resto immobile, respirando lentamente, profondamente. Lei si avvicina e appoggia una mano sulla mia schiena.
Un gesto che ha fatto mille volte in ventitré anni. Ma ora quella mano mi brucia come acido. Quando Marco finalmente mi chiama, sono al mercato di Piazza delle Erbe a scegliere pomodori per la pappa al pomodoro del pranzo. Il telefono vibra, vedo il suo nome sullo schermo.
«Trovato», dice semplicemente. «Dove sei? »
«Al bar Dante. Vieni.
»
Lascio i pomodori. Dico a Giuseppe, il fruttivendolo, che torno dopo. Cammino veloce tra la folla di turisti e veronesi, schivando i tavolini dei caffè, le bancarelle di souvenir, le biciclette parcheggiate in modo caotico. Marco mi aspetta al tavolo in fondo, quello più lontano dalla porta.
Ha davanti a sé un fascicolo sottile e alcune foto stampate. Mi siedo senza salutare. «Dimmi. »
Lui spinge le foto verso di me.
Un uomo esattamente come descritto. Alto, capelli scuri con qualche filo grigio alle tempie, vestito elegante. In una foto è davanti a un edificio moderno con vetrate enormi. In un’altra è al volante di una BMW nera.
«Si chiama Davide Santoro», inizia Marco, la voce bassa. «Quarantaquattro anni, architetto. Ha uno studio a Verona, zona Borgo Trento. Molto ricco, molto quotato.
Ha progettato quel nuovo centro commerciale fuori città e la ristrutturazione del teatro comunale. »
Davide Santoro. Il nome rimbomba nella mia testa come una campana. «Sposato?
»
Marco annuisce. «Sposato da diciotto anni. La moglie si chiama Elena, insegnante di musica. Due figli, tredici e undici anni.
»
Quindi non è solo Giuliana che tradisce. Anche lui ha una famiglia. Anche lui ha qualcuno che aspetta a casa, ignaro, fiducioso. «Come si sono conosciuti?
»
«Ancora non lo so con certezza. Ma sembra che Giuliana abbia commissionato a lui un progetto circa otto mesi fa. Qualcosa per il ristorante. Un ampliamento, una ristrutturazione.
»
Otto mesi fa. Cerco di ricordare. Giuliana aveva parlato di rinnovare la sala, di creare uno spazio più moderno, di attirare una clientela più giovane. Io avevo detto che ne avremmo discusso, ma poi non se n’era fatto niente.
O almeno, così credevo. «Hanno continuato a vedersi? »
«Sì. Almeno una volta a settimana, sempre in posti diversi.
Mai a Verona centro, sempre fuori. Soave, San Bonifacio, Villafranca. A volte solo caffè, a volte pranzo. Una volta…
»
«Una volta cosa? »
«Una volta sono stati visti entrare in un hotel a Bardolino. »
Bardolino, sul lago di Garda. A cinquanta minuti da qui.
Un hotel. Le mani mi tremano. No, aspetta. Non tremano.
Sono immobili, fredde, come se appartenessero a qualcun altro. È strano questa calma glaciale che mi avvolge. Dovrei urlare, sbattere i pugni sul tavolo, piangere, forse. Ma non sento nulla.
Solo questo vuoto, questo freddo che sale dal petto e mi congela tutto. «Quando? » chiedo. «Tre settimane fa.
Un mercoledì pomeriggio. Sono entrati alle 14:30, usciti alle 18:00. »
Mercoledì. Il giorno in cui Giuliana mi aveva detto di dover andare a Milano per quel corso di aggiornamento sui vini.
Era tornata alle otto di sera, stanca ma felice, con una borsa piena di brochure e dépliant. Tutto falso. Tutto maledettamente falso. «Hai l’indirizzo del suo studio.
»
Marco mi guarda serio. «Lorenzo, cosa hai intenzione di fare? »
«Dammelo. »
Lui sospira e scrive su un tovagliolo di carta: Via Oberdan, numero 23.
«Ma Lorenzo, pensaci bene prima di—»
«Quanto ti devo? »
«Lascia stare. »
«Ho detto quanto ti devo? »
«Lascia stare, Marco.
Sei mio amico da quarant’anni. I soldi non servono. »
Lo guardo. Questo uomo che mi conosce da quando avevamo sette anni, quando giocavamo a calcio nei vicoli dietro l’Arena, quando ci siamo ubriacati per la prima volta con il vino rubato dalla cantina di suo padre.
«Grazie», dico semplicemente. Esco dal bar con le foto in tasca e un piano che inizia a formarsi nella mia mente. Non vado subito allo studio di Davide Santoro. Non voglio agire d’impulso.
Non voglio rovinare tutto con una scenata emotiva che non porterebbe a niente. No. Voglio qualcosa di più definitivo. Qualcosa che li colpisca entrambi dove fa più male.
Passo la settimana seguente osservando. Studio i movimenti di Giuliana con attenzione scientifica. Noto le piccole cose: come controlla il telefono ogni dieci minuti quando pensa che io non guardi, come si illumina quando riceve certi messaggi, come sorride a se stessa leggendoli. Una sera, mentre lei è in bagno, prendo il suo telefono.
Conosco il codice: il nostro anniversario, 27/03. Che ironia. Apro i messaggi, ma non c’è niente. Nessun Davide, nessun numero sospetto.
Controllo le chiamate: tutte normali. Fornitori, amiche, sua madre. Lei ha cancellato tutto, ovviamente. Non è stupida.
Ma poi vedo un’app che non riconosco, una con un’icona innocua che sembra un calendario. La apro. Mi chiede un altro codice. Provo il nostro anniversario.
Niente. Provo la sua data di nascita. Niente. Poi, quasi per scherzo, provo la data di nascita di nostro figlio Andrea, 17/12.
Si apre. Messaggi. Centinaia di messaggi. Foto di lei che sorride in un modo che non vedevo da anni.
Foto di lui, questo Davide Santoro, che la guarda con occhi che dovrebbero guardare solo sua moglie. Scorro velocemente. «Non vedo l’ora di vederti. » «Sei bellissima.
» «Tre ore insieme non bastano mai. » «Vorrei svegliarmi con te ogni mattina. »
L’acqua del bagno scorre ancora. Ho tempo.
Continuo a leggere. Un messaggio di lei, di quattro giorni fa: «Lorenzo sospetta qualcosa. Dobbiamo essere più cauti. »
Quindi lo sapeva.
Sapeva che io sapevo, o almeno che sospettavo. E ha continuato. Ha continuato a mentire, a recitare, a dormire accanto a me come se niente fosse. Un altro messaggio di lui.
«Elena non scoprirà mai. È troppo impegnata con i bambini per notare qualcosa. »
Sua moglie. Quella che non sa, che si fida, che probabilmente prepara la cena per lui ogni sera mentre lui fantastica su mia moglie.
L’acqua si ferma. Cancello la cronologia dell’app, rimetto il telefono esattamente dove era e torno in salotto. Quando Giuliana esce dal bagno, profumata di sapone alla lavanda, le sorrido. «Hai voglia di vedere un film?
» chiedo. Lei sembra sorpresa. «Un film? »
«Sì.
Come facevamo prima, quando eravamo fidanzati. Ricordi? Il giovedì sera, al cinema Filarmonico, ultima fila. »
Per un attimo vedo qualcosa nei suoi occhi.
Nostalgia? Senso di colpa? Non riesco a capire. «Va bene», dice piano.
«Che film? »
«Quello che vuoi tu. »
Guardiamo un film romantico su Netflix. Lei appoggia la testa sulla mia spalla a metà film, come faceva anni fa.
Io le accarezzo i capelli lentamente, ritmicamente. Potrebbe sembrare una scena dolce, una coppia che si ritrova. Ma mentre lo faccio, nella mia testa scorre il piano. Pezzo per pezzo.
Dettaglio per dettaglio. Due giorni dopo prendo un appuntamento allo studio di Davide Santoro. Do un nome falso al telefono: Matteo Ricci. Dico che ho ereditato un vecchio casale a Custoza e voglio ristrutturarlo completamente.
La segretaria è entusiasta. Mi dà appuntamento per mercoledì alle 15:00. Mercoledì arriva. Mi vesto bene.
Giacca blu, camicia bianca, scarpe lucide. Prendo la cartella dove tengo i documenti del ristorante, così sembro professionale. Giuliana è al ristorante, sta preparando i tavoli per il pranzo. «Dove vai così elegante?
» chiede sistemando i tovaglioli. «Devo incontrare un fornitore nuovo. Uno che fa vini biodinamici. Potrebbe interessarci.
»
Mento con la stessa facilità con cui lei mente a me. È quasi poetico. Lo studio di Davide Santoro è esattamente come me lo immaginavo. Moderno, minimalista, tutto vetro e acciaio.
La segretaria, una ragazza sui venticinque anni con i capelli tinti biondo platino, mi accoglie con un sorriso professionale. «Il signor Santoro la riceverà tra cinque minuti. Si accomodi. »
Mi siedo in una poltrona di design e sfoglio una rivista di architettura senza leggerla davvero.
Osservo l’ambiente: foto di progetti sui muri, premi in una vetrinetta, un grande tavolo di legno scuro al centro dello spazio. «Signor Ricci? »
Mi alzo e finalmente lo vedo. Davide Santoro in carne e ossa.
Le foto non gli rendevano giustizia. È davvero un bell’uomo: alto, spalle larghe, quell’aria sicura di chi ha sempre avuto successo nella vita. Mi stringe la mano con fermezza e sorride mostrando denti perfettamente bianchi. «Piacere, Davide Santoro.
Venga, andiamo nel mio ufficio. »
Lo seguo. Ogni passo richiede uno sforzo enorme per mantenere la maschera, per non saltargli addosso e spaccargli quella faccia perfetta. Ma non ancora.
Ancora no. L’ufficio di Davide Santoro è un tripudio di buon gusto e denaro. Scrivania enorme di noce, poltrona ergonomica che probabilmente costa quanto il mio stipendio mensile, una parete intera coperta da librerie con volumi di architettura e design. Dalla finestra si vede il centro storico di Verona, le torri medievali che svettano tra i tetti di terracotta.
«Allora, signor Ricci», inizia, sedendosi e incrociando le dita. «Mi ha parlato di un casale a Custoza. »
«Sì», rispondo, aprendo la cartella e fingendo di cercare documenti inesistenti. «L’ho ereditato da mio zio tre mesi fa.
È in condizioni, diciamo, pietose. Ma ha potenziale. »
«Ha foto, planimetrie? »
«Non ancora.
Volevo prima capire se lei fosse interessato al progetto e quanto potrebbe venire a costare un intervento completo. »
Lui annuisce, prendendo appunti su un tablet. «Dipende da molti fattori. Dimensioni, stato attuale, cosa vuole mantenerci e cosa vuole cambiare.
Ha idea di cosa vorrebbe farne? Abitazione privata, agriturismo, bed and breakfast? »
«Ristorante», dico, guardandolo dritto negli occhi. «Vorrei farne un ristorante.
»
Vedo un impercettibile irrigidimento nel suo volto. Minimo, quasi invisibile. Ma c’è. «Ristorante», ripete.
«Interessante. Ha esperienza nel settore? »
«Sì, molta esperienza. »
«Dove ha lavorato?
»
Questa è la domanda che aspettavo. Il momento in cui posso iniziare a giocare. «Ho un ristorante qui a Verona. Forse lo conosce.
Si chiama Da Lorenzo. »
Il tablet gli cade dalle mani. Lo riprende subito, troppo veloce, e il movimento tradisce il suo nervosismo. «Da Lorenzo», ripete, la voce leggermente più alta.
«Sì, certo. Ottimo ristorante. Ci sono stato qualche volta. »
Bugiardo.
È andato lì almeno cinque volte nell’ultimo mese, sempre quando io non c’ero. Lo so perché ho controllato le prenotazioni. Sempre tavolo per due, sempre ore serali, sempre con il nome di lei. Prenotazione Giuliana.
«Davvero? » dico con un sorriso. «Spero che le sia piaciuto. Mia moglie gestisce la sala, io la cucina.
Una squadra perfetta, sa. Io e Giuliana lavoriamo insieme da anni. »
Il suo volto diventa pallido, pallido come la parete dietro di lui. «Giuliana», ripete piano.
«Sì. Conosce mia moglie? »
Il silenzio che segue dura tre, forse quattro secondi. Ma sembrano eterni.
Davide Santoro mi guarda come se stesse vedendo un fantasma. La sua mano stringe il bordo della scrivania, le nocche diventano bianche. «Io non credo», balbetta. «Comune?
Forse. Ma la mia Giuliana è speciale. Capelli castano chiaro, occhi nocciola. Quel sorriso che illumina una stanza.
Ha quarantasei anni, ma ne dimostra dieci di meno. Tutti me lo dicono. “È fortunato, signor Lorenzo”, dicono. “Una moglie così bella e così fedele.
“»
L’ultima parola la pronuncio lentamente, guardandolo fisso. Lui si alza di scatto. «Signor Ricci, o dovrei dire signor Lorenzo? Completo: Lorenzo Martinelli, marito di Giuliana Martinelli.
Piacere di conoscerla finalmente, signor Santoro. »
Per un momento penso che stia per svenire. Il suo viso passa dal pallido al rosso in un secondo. Apre la bocca, la chiude, la riapre.
«Io posso spiegare—»
«Spiegare cosa? » lo interrompo, alzandomi anch’io. «Spiegare come hai portato mia moglie a Bardolino? Spiegare le telefonate alle tre del mattino?
Spiegare i messaggi in cui le dici che vorresti svegliarti con lei ogni mattina? »
«Come… come fai a saper—»
«Perché non sono stupido. Perché quando la persona che ami inizia a comportarsi in modo strano, lo noti.
Perché quando tua moglie si alza ogni notte a sussurrare al telefono, prima o poi ti fai domande. E quando inizi a farti domande, trovi risposte. »
Davide Santoro si appoggia alla scrivania. Sembra che le gambe non lo reggano più.
«Elena, mia moglie… lei sa? »
«Non ancora», rispondo. «Ma lo saprà.
Come lo saprà tutta Verona. Come lo sapranno i tuoi clienti, i tuoi colleghi, i genitori degli amici dei tuoi figli. »
«No, aspetta, per favore. » La sua voce è una supplica ora.
«I miei figli. La mia carriera. Non puoi—»
«Non posso cosa? Dire la verità?
Raccontare alle persone chi sei veramente? Un uomo che, mentre sua moglie si prende cura dei suoi figli, si porta a letto la moglie di un altro? »
Le parole escono crude, taglienti. Lui sussulta a ogni sillaba.
«È stata Giuliana a… lei mi ha cercato. Io non volevo—»
«Ah», lo interrompo di nuovo con un sorriso amaro. «Quindi ora è colpa sua.
L’architetto famoso, l’uomo di successo, è stato sedotto dalla cattiva moglie. Patetico. »
«Cosa vuoi? » chiede alla fine, la voce rotta.
«Soldi? Vuoi soldi? Ti do quello che vuoi, ma per favore non dire niente a Elena. I bambini non meritano—»
«I bambini non meritano», ripeto.
«Hai ragione. I bambini non meritano di scoprire che il loro padre è un vigliacco. Ma sai cosa meritano ancora meno? Continuare a vivere in una bugia.
»
Mi avvicino alla sua scrivania e appoggio le mani sul legno lucido. Siamo faccia a faccia ora. «Non voglio i tuoi soldi, Santoro. Voglio che tu faccia esattamente quello che ti dirò.
»
Il piano è semplice ma devastante. Davide Santoro organizzerà una cena al ristorante Da Lorenzo. Una cena speciale, di quelle che si prenotano con settimane di anticipo. Inviterà sua moglie Elena, dirà che è per festeggiare il loro anniversario di matrimonio, che cade tra dieci giorni.
Prenoterà il tavolo più in vista, quello al centro della sala, quello che tutti possono vedere. E io preparerò il menù migliore della mia vita. «Se non lo fai», gli dico prima di uscire dal suo ufficio, «domani mattina Elena riceverà una lettera anonima con tutte le foto, tutti i messaggi, tutti i dettagli delle vostre scappatelle. Ogni singolo hotel, ogni ristorante, ogni bugia.
Capisci? »
Lui annuisce, distrutto. «Capisco bene. »
«La prenotazione è per giovedì prossimo, ore 20.
Tavolo per due. Nome Santoro. »
Quando torno a casa, Giuliana è in cucina che prepara la cena. Pasta al pesto, il mio piatto preferito.
«Com’è andato l’incontro con il fornitore? » chiede, mescolando il basilico nel mortaio. «Bene. Molto bene.
Abbiamo un accordo. »
Lei sorride. «Ottimo. Sai, ho pensato…
dovremmo fare una vacanza solo noi due, come ai vecchi tempi. Magari una settimana in costiera amalfitana, ad agosto. »
Vuole fare una vacanza con me mentre si porta a letto un altro uomo. L’audacia è quasi ammirevole.
«Bella idea», dico. «Ci pensiamo. »
I giorni passano. Giovedì arriva.
Al ristorante c’è il solito fermento del servizio serale. Giuseppe sta preparando i tavoli, Sara controlla le prenotazioni, Antonio è già in cucina che affetta le verdure per i contorni. «Oggi abbiamo una prenotazione speciale», dice Giuliana controllando il registro. «Tavolo 7.
Anniversario di matrimonio Santoro. Davide e Elena. »
La guardo. Il suo viso non tradisce nulla, nemmeno un battito di ciglia.
«Ah, sì», dico. «Dobbiamo preparare qualcosa di speciale, allora. Pensavo a un dolce omaggio. Quella torta al cioccolato che fai tu.
»
«Perfetto. »
Alle 19:55 Davide Santoro entra con sua moglie. Elena è una donna graziosa: capelli rossi naturali raccolti in uno chignon elegante, vestito verde smeraldo, un sorriso genuino. Sembra felice.
Ignara. Giuliana li accompagna al tavolo. Vedo dal passapiatti come saluta cordialmente, come sorride, come fa il suo lavoro con professionalità. Non c’è esitazione, non c’è imbarazzo.
È un’attrice consumata. Ma Davide è un disastro. Pallido, nervoso, continua a guardarsi intorno come se aspettasse che qualcosa esploda. Preparo il menù personalmente.
Antipasto: tartare di manzo con rucola e scaglie di parmigiano. Primo: risotto ai funghi porcini. Secondo: filetto al pepe verde. Tutto perfetto, tutto cucinato con la stessa precisione chirurgica con cui ho pianificato questa serata.
Tra una portata e l’altra osservo. Giuliana passa dal loro tavolo tre volte. Ogni volta chiede se tutto va bene, se hanno bisogno di qualcosa. Recita la parte della cameriera perfetta.
Davide quasi non la guarda, parla a monosillabi. Elena invece sembra godersi la serata, chiacchiera animatamente, racconta di come i bambini stiano crescendo, di come sia fortunata ad avere un marito così premuroso. Premuroso. Arriva il momento del dolce.
La torta al cioccolato decorata con fiori di zucchero e una scritta: «Auguri per il vostro anniversario». Porto io stesso il dolce al tavolo. «Complimenti», dico posando il piatto. «Quanti anni festeggiate?
»
«Diciotto», risponde Elena, gli occhi che brillano. «Diciotto meravigliosi anni. »
«Diciotto», ripeto, guardando Davide. «Un numero importante.
Vuol dire fedeltà, impegno, fiducia reciproca. »
Lui diventa ancora più pallido. «È vero», dice Elena prendendo la mano di suo marito. «Davide è sempre stato un marito esemplare.
Non potrei chiedere di meglio. »
Mi volto verso Giuliana, che sta osservando la scena dall’angolo della sala. I nostri occhi si incrociano. Per la prima volta vedo qualcosa nel suo sguardo.
Paura. Confusione. «Buon appetito», dico allontanandomi. Il finale non è drammatico.
Non ci sono urla, non ci sono piatti rotti, non ci sono scene da film. È molto più sottile, molto più crudele. Mentre Davide ed Elena mangiano il dolce, mi avvicino di nuovo al tavolo con una bottiglia di prosecco. «Offerta dalla casa», dico, versando il vino nei calici.
«Per celebrare l’amore vero. Quello che resiste al tempo, alle tentazioni, alle bugie. »
Guardo Davide mentre dico queste parole. Lui sa.
Sa che questo è il mio modo di dirgli: ti sto osservando. So chi sei. E se tradisci tua moglie ancora, tutti lo sapranno. «Grazie», dice Elena sollevando il calice.
«È molto gentile. »
«Sono solo un cuoco», rispondo. «Un cuoco che crede ancora nei valori. Nella famiglia.
Nella fedeltà. »
Giuliana è ancora nell’angolo. La vedo stringere forte il tovagliolo che tiene in mano. Davide ed Elena finiscono la cena, pagano ed escono.
Lui non si volta indietro nemmeno una volta. Quando il ristorante chiude, alle 23:30, io e Giuliana restiamo soli nella sala vuota. Lei sta pulendo i tavoli, io controllo la cassa. «Bella serata», dico.
«Sì. Abbastanza. »
«Quel tavolo 7… Gli anniversari di matrimonio mi fanno sempre riflettere.
»
Lei si ferma. Il panno resta immobile sulla superficie del tavolo. «Riflettere su cosa? »
«Su quanto sia facile tradire la fiducia di qualcuno.
Su quanto sia semplice mentire. Su quanto poco valore diamo alle promesse che facciamo. »
Silenzio. «Lorenzo…
»
«Tra tre settimane è il nostro anniversario», continuo, guardandola finalmente. «Ventitré anni. Vuoi che facciamo qualcosa di speciale? Magari una cena qui al ristorante, tavolo per due?
Come quella coppia stasera. »
Lei mi guarda e per la prima volta in mesi, forse anni, vedo davvero cosa c’è nei suoi occhi. Paura. Vergogna.
Consapevolezza. «Sai», dice piano. «Sì. »
«Da quanto tempo?
»
«Abbastanza. »
Un’altra pausa lunga, pesante. «Cosa farai? »
«Già fatto», rispondo.
«L’ho guardata negli occhi mentre serviva il tavolo del suo amante e di sua moglie. L’ho vista recitare la parte della cameriera professionale mentre dentro probabilmente moriva di paura. L’ho osservata mentire con lo stesso sorriso con cui ha mentito a me per mesi. »
«Lorenzo, io—»
«Non voglio le tue scuse.
Non voglio le tue spiegazioni. Voglio solo che tu sappia una cosa: lui sa che io so. E se continua, se anche solo la chiama ancora, Elena riceverà tutto. Foto, messaggi, hotel.
Tutto. Capisci? »
Lei annuisce. Le lacrime iniziano a scendere.
«E noi? » chiede, la voce rotta. «Noi», ripeto, «continueremo come sempre. Gestiremo il ristorante insieme.
Dormiremo nello stesso letto. Faremo finta che tutto vada bene. Perché questa è la tua punizione, Giuliana. Non il divorzio.
Non lo scandalo. Ma vivere ogni giorno sapendo che io so. Sapendo che ti guardo e vedo ogni bugia. Sapendo che quando sorridi ai clienti, io mi chiedo se stai sorridendo nello stesso modo in cui sorridevi a lui.
»
Mi avvicino e le sollevo il mento con un dito. «Questa è la tua prigione. E io sono il tuo carceriere. »
Esco dal ristorante lasciandola lì, in piedi tra i tavoli vuoti, con le sue lacrime e le sue bugie.
La vendetta più dolorosa non è la rabbia. È il silenzio che viene dopo.


