Alle 3 di notte, il tablet di mia moglie ha emesso una notifica. Era una nuova canzone aggiunta a una playlist privata chiamata “Per me”. Dentro c’erano 67 brani d’amore, tutti aggiunti negli…

Alle 3 di notte, il tablet di mia moglie ha emesso una notifica. Era una nuova canzone aggiunta a una playlist privata chiamata “Per me”. Dentro c'erano 67 brani d'amore, tutti aggiunti negli...

La notifica era arrivata alle tre di notte. Il tablet di Francesca, dimenticato sul tavolo della cucina, aveva emesso un suono: nuova canzone aggiunta a una playlist. Io ero lì, in piedi davanti ai fornelli, con gli spaghetti alla carbonara quasi pronti per quando sarebbe tornata dalla palestra. Avevo solo incuriosito lo schermo.

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La playlist si chiamava “Per me”. Era privata, chiusa da un lucchetto. Francesca non faceva mai playlist private. Lei era quella che condivideva tutto, che diceva sempre che la musica va condivisa.

Eppure quella lì era nascosta. Ho inserito la password che usavamo per tutto, quella data del nostro primo bacio, e la playlist si è aperta. Sessantasette canzoni. Tutte d’amore.

E tutte aggiunte negli ultimi otto mesi. All’inizio ho pensato fosse un errore. Poi ho cliccato sulla prima canzone e ho visto la data. 20 settembre.

Poi la seconda: 15 settembre. La terza: 12 settembre. Ho continuato a scorrere e le date tornavano indietro, mese dopo mese, fino a febbraio. Otto mesi di canzoni romantiche, ognuna aggiunta in serate in cui lei era tornata tardi, o era uscita da sola, o aveva detto di avere impegni di lavoro.

Ogni data corrispondeva a una bugia. La prima canzone era “La cura” di Battiato. Aggiunta il 14 febbraio, il giorno dopo il nostro weekend a Venezia. Il giorno dopo che mi aveva baciato sul ponte di Rialto e mi aveva detto che mi avrebbe amato per sempre.

Quella stessa sera aveva iniziato una playlist per qualcun altro. La porta si è aperta. “Amore, sono a casa. Qualcosa brucia.

Sì, pensai. Il nostro matrimonio. Quella notte non ho dormito. Francesca si è addormentata subito, serena, il braccio sopra il cuscino.

Come faceva a dormire così bene mentre il mio mondo crollava? Mi sono alzato alle due, ho preso il laptop e ho aperto Spotify. Ho fatto uno screenshot di ogni canzone, poi ho creato un foglio Excel. Lavoro con i dati, sono un analista finanziario.

I numeri non mentono. Prima colonna: titolo. Seconda: artista. Terza: data di aggiunta.

Quarta: dove era Francesca quel giorno? Quinta: cosa mi aveva raccontato? Il 3 marzo è stata la volta che mi ha distrutto. Cinque canzoni aggiunte in una sola serata, tra le 20 e le 23.

Quel giorno era il compleanno di mia madre. Francesca aveva detto di avere un’emicrania terribile e non era venuta alla cena di famiglia. Era rimasta “a casa a riposare”. Invece aveva aggiunto cinque canzoni in tre ore.

Poi è arrivato luglio. Quindici canzoni in un mese. Il mese in cui aveva un progetto importante al lavoro, tornava sempre tardi, a volte dormiva da Giulia per non fare avanti e indietro. Giulia, la sua amica del cuore, quella che veniva a cena da noi, quella che mi chiamava cognato.

Tutta una farsa. L’ultima canzone era stata aggiunta tre giorni prima: “Shallow” di Lady Gaga e Bradley Cooper. La canzone di due persone che si innamorano mentre tutto intorno crolla. Forse era un messaggio.

Forse era il suo modo di dirgli che lo amava. Il sole stava sorgendo su Firenze. Io mi sentivo già morto. I giorni dopo sono stati i più strani della mia vita.

Francesca non sapeva che io sapevo. Continuava la sua routine: mi baciava sulla guancia, preparava il caffè, usciva per il lavoro. “Ciao amore, ci vediamo stasera. ” Io recitavo.

Sorridevo. Ma dentro marcivo. Ogni volta che la guardavo vedevo quelle sessantasette canzoni. Ogni volta che mi toccava pensavo alle mani di lui su di lei.

Chi era? Questa domanda mi tormentava giorno e notte. Ho iniziato a osservarla davvero. Il modo in cui controllava il telefono ogni cinque minuti.

Il modo in cui sorrideva quando riceveva certi messaggi. Il modo in cui si profumava anche solo per andare al supermercato. Giovedì è tornata alle 21 dicendo che c’era traffico, ma i capelli erano troppo sistemati, come se qualcuno li avesse accarezzati. Quella sera ho controllato Spotify: nuova canzone aggiunta alle 20:45.

Stava pensando a lui mentre guidava verso casa. Venerdì l’ho seguita. Aveva detto che doveva andare in ufficio anche nel weekend. Si è vestita con cura: jeans aderenti, camicetta bianca, il profumo Chanel che le avevo regalato per il nostro anniversario.

Sono uscito dieci minuti dopo di lei. L’ho vista parcheggiare, ma non è entrata in ufficio. Ha camminato per due strade, ha girato l’angolo ed è entrata in un piccolo caffè vicino a Piazza della Signoria. Sono rimasto fuori, nascosto dietro una colonna.

E poi l’ho visto. Un uomo sui trentacinque anni, capelli scuri, giacca elegante. Si è alzato quando lei è entrata, l’ha abbracciata come si abbraccia qualcuno che ti manca, le ha baciato la guancia troppo vicino alla bocca. E lei sorrideva.

Quel sorriso che non vedevo più da mesi quando guardava me. Si sono seduti, lui le ha preso la mano, lei non l’ha ritirata. Dopo 45 minuti sono usciti. Hanno camminato fino a un portone vicino.

Lui ha aperto con le chiavi, lei è entrata con lui. Non sono rimasto ad aspettare. Lo sapevo già. Sono tornato a casa, ho aperto Spotify e ho aspettato.

Alle 15:30 una nuova notifica: “All of Me” di John Legend aggiunta a “Per me”. Non ho dormito per tre notti. La playlist cresceva: 68, 69, 70 canzoni. Ogni aggiunta era un pugno nello stomaco.

Lunedì mattina Francesca cantava sotto la doccia. Cantava proprio “All of Me”, la canzone che aveva aggiunto dopo essere stata con lui. “Buongiorno amore. Hai dormito bene?

Sembri stanco. ”

Stanco? Ero stanco di essere tradito. Stanco di essere preso per stupido.

Ma ho risposto: “Sto bene. ”

Poi mi è venuta l’idea. Se lei poteva avere una playlist segreta, io potevo avere una playlist pubblica. Ho copiato ogni singola canzone dalla sua playlist e le ho aggiunte alla mia.

Stessi brani, stesso ordine. Ma con un titolo diverso: “8 mesi di bugie”. E una descrizione: “Ogni canzone è un tradimento, ogni data è una menzogna. Questa è la cronologia dell’infedeltà di mia moglie, raccontata attraverso la sua musica.

Non l’ho pubblicata subito. Volevo il momento giusto. Ho fatto una lista: 48 contatti. La sua famiglia, i suoi amici, i suoi colleghi.

Tutti quelli che pensavano di conoscerla. Tutti quelli che credevamo che fossimo la coppia perfetta. Martedì è tornata tardi. “Riunione fino alle 20”, disse.

Ma su Spotify alle 19:45 era stata aggiunta “Thinking Out Loud” di Ed Sheeran. Era stata con lui e poi tornava da me. Mi ha baciato con quelle stesse labbra che avevano baciato lui. Ho ricambiato, ho sorriso, ho recitato.

Mercoledì ho preso un giorno di ferie senza dirglielo. Avevo bisogno di tempo per finalizzare tutto. La playlist era pronta, il messaggio era pronto. “Cari amici e familiari di Francesca, condivido con voi questa playlist.

Non è una playlist qualsiasi: è la cronologia di 8 mesi della vita segreta di mia moglie. Ogni canzone è stata aggiunta da lei in una playlist privata chiamata ‘Per me’, ma quel ‘me’ non ero io. Se pensate di conoscere Francesca, ascoltatela. Questa è la verità.

Ho riletto il messaggio trenta volte. Il dito era pronto a cliccare “invia”, ma qualcosa mi bloccava. Una parte di me, piccola e stupida, sperava ancora in un’altra spiegazione. Poi ho ricordato l’uomo al caffè.

Ho ricordato come la guardava. Ho chiuso il laptop. Non ancora. Giovedì sera è tornata a casa alle 19, presto per i suoi standard.

Sembrava nervosa, controllava il telefono di continuo. A un certo punto l’ho sentita parlare a bassa voce in bagno: “Non posso ora, te l’ho detto. Domani, promesso. ” Domani era venerdì.

Aveva già programmato di vederlo. Perfetto. Venerdì sarebbe stato il giorno. Quella sera a cena mi ha chiesto: “Va tutto bene tra noi?

Ti sento distante ultimamente. ” Distante. Lei che passava le giornate a costruire una relazione parallela e io ero quello distante. “Sono solo stanco.

Lavoro. ” Poi ha detto: “Vuoi che facciamo qualcosa questo weekend? Solo noi due. ” Ho risposto: “Vediamo.

” Quella notte l’ho sentita piangere in bagno. Forse si sentiva in colpa. O forse piangeva per lui. Venerdì mattina mi sono svegliato con una calma che non provavo da giorni.

Francesca era già vestita, con un tailleur nero che non le vedevo da mesi. “Presentazione importante oggi. Probabilmente tornerò tardi. ” L’ho baciata.

L’ultimo bacio prima che tutto finisse. “Ti amo, Matteo. ” “Anche io. ”

È uscita alle 8:30.

Ho aspettato dieci minuti. Poi ho aperto il laptop. Ho reso pubblica la playlist. Ho premuto “Condividi” su WhatsApp, email, Facebook Messenger.

48 messaggi inviati. 48 bombe nella vita di Francesca: sua madre, suo padre, sua sorella, le sue amiche, i suoi colleghi. Tutti. Ho spento il telefono e sono uscito a camminare per Firenze senza meta.

Lungo l’Arno, attraverso Ponte Vecchio, fino a Piazzale Michelangelo. La città era bellissima. Il sole brillava, la gente rideva, la vita continuava. E la mia stava implodendo.

Ma era la mia scelta. Alle 14 ho riacceso il telefono. 176 notifiche. Messaggi, chiamate perse, email.

Tutti chiedevano se fosse vero. E poi il messaggio di Francesca: “Cosa hai fatto? Cosa cazzo hai fatto, Matteo? Chiamami adesso.

” 27 chiamate perse. Non ho risposto. Poi: “Per favore, possiamo parlarne? Non è come pensi.

” La frase preferita di chi viene scoperto. E un’ora dopo: “Arrivo a casa. Dobbiamo parlare. ”

Sono tornato alle 17.

Lei era già lì, seduta sul divano, il viso rigato di lacrime. “Perché? ” è stata la prima cosa che ha detto. “Perché hai fatto questo?

Perché hai distrutto tutto? ”

“Io ho distrutto tutto? ” Ho riso, un riso amaro. “Potevamo parlarne.

Tra una bugia e l’altra. Tra una canzone e l’altra aggiunta alla tua playlist segreta. ”

“Non capisci? ”

“No, sei tu che non capisci.

Otto mesi, Francesca. Otto mesi in cui mi hai guardato negli occhi e hai finto. Otto mesi in cui io non esistevo. ”

“Io ti amo ancora.

“Amavi anche lui. Le canzoni non mentono. ”

“Era… era solo qualcosa di diverso. Qualcosa che mi faceva sentire viva.

“Ti faceva sentire viva. E io cosa ero? Un fantasma. ”

Silenzio.

“Vattene”, dissi. “Matteo, per favore, possiamo provare a…”

“Non c’è niente da provare. È finita. Tu l’hai finita otto mesi fa.

Io sto solo rendendo ufficiale quello che tu hai già deciso. ”

È uscita quella sera con una valigia, tra le lacrime. Io sono rimasto lì, solo, in una casa che improvvisamente sembrava troppo grande, troppo vuota, troppo silenziosa. Ho aperto Spotify.

La mia playlist “8 mesi di bugie” aveva 1200 visualizzazioni. La sua playlist “Per me” era stata cancellata. Ma il danno era fatto.

E io, finalmente, potevo respirare.