Quella mattina mio marito mi aveva appena lasciato per un’altra donna, ma non è questo il giorno di cui voglio parlare. Il giorno in cui tutto è cambiato è quello in cui ho trovato le foto. Erano…

Quella mattina mio marito mi aveva appena lasciato per un'altra donna, ma non è questo il giorno di cui voglio parlare. Il giorno in cui tutto è cambiato è quello in cui ho trovato le foto. Erano...

Erano le 7:34 del mattino del 17 gennaio 2024 quando il mio orologio a pendolo, un Kieninger del 1971 che avevo restaurato con le mie mani 32 anni prima, si fermò. Non si era mai fermato. Io ero in cucina, ai piedi delle Dolomiti, nella periferia di Bolzano, e stavo preparando il caffè nella moka quando quel silenzio rotto mi colpì come uno schiaffo. Quel pendolo fermo era un presagio, ma io non lo capii.

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Avrei dovuto ascoltarlo. Mi chiamo Erasmo Comploi, ho 66 anni e da 42 faccio l’orologiaio. Il mio laboratorio era al piano terra di casa mia, ed era famoso in tutta Europa. Smontavo orologi preziosi pezzo per pezzo, li pulivo, sostituivo i rubini consumati e li rimontavo.

Dicevano che avevo le mani di un chirurgo e la pazienza di un monaco. Il tempo, per me, non è un concetto astratto. Il tempo è un meccanismo, e se una sola parte si rompe, tutto si ferma. Quella mattina, mentre il pendolo taceva, sentii dei passi pesanti al piano di sopra.

Era mia nuora, Desiré. Era arrivata dalla Francia quattro anni prima, quando mio figlio Mattia l’aveva portata a casa da un viaggio a Lione. Era una donna di 34 anni con occhi verdi e uno sguardo che un orologiaio riconosce subito: stava valutando la mia casa non per la sua bellezza, ma per il prezzo dei suoi componenti. Per quattro anni l’ho osservata.

L’ho vista convincere Mattia a lasciare il lavoro da geometra per fare affari immobiliari con lei. L’ho vista convincerlo a chiedere un prestito per un appartamento che sarebbe andato male. E l’ho vista guardare la mia casa, con il suo terreno di 3000 metri quadrati, come un investimento da sfruttare. Quella mattina di gennaio, Desiré scese le scale con gli occhi gonfi di rabbia.

«Erasmo, dobbiamo parlare» disse, senza nemmeno salutarmi. «Buongiorno, Desiré. Il caffè è pronto. »

«Non voglio il caffè.

Voglio parlare della casa. »

La casa. Sempre la casa. «La casa non è in vendita» risposi, con la stessa calma con cui sostituisco un rubino consumato.

Lei fece un passo verso di me. «Mattia e io abbiamo un debito di 180. 000 euro con la banca. Il progetto dell’appartamento è andato male.

Se non paghiamo entro aprile, ci porteranno via tutto. Anche la tua preziosa bottega con i tuoi preziosi orologini. »

«Il debito di Mattia non è il mio debito» dissi. «E questa casa non è una moneta per pagare i debiti degli altri.

»

Fu allora che successe. Desiré posò le mani sul piano di lavoro. Le sue unghie laccate di rosso scricchiolarono contro il legno. «Tu sei seduto su una miniera d’oro e ti rifiuti di scavare perché sei attaccato ai tuoi giocattoli.

Sai quanto vale questo terreno? Mezzo milione di euro. E tu preferisci restare qui a giocare con le rotelline e le mollette come un bambino. »

«Le rotelline e le mollette» erano il mio lavoro, la mia vita.

Posai la tazza. «Ti chiedo di uscire dalla mia cucina. »

Non uscì. Si avvicinò finché il suo viso fu a pochi centimetri dal mio.

«No. Sono stufa di vivere in questa baita polverosa con un vecchio che parla con gli orologi. Se non firmi quei documenti entro stasera, ti garantisco che il prossimo passo non sarà una conversazione. »

E poi alzò la mano e mi schiaffeggiò.

Il colpo arrivò sulla guancia sinistra. Sentii il suo anello, la fede con lo zaffiro, graffiarmi la pelle. Il rumore fu secco e definitivo, come un vetro d’orologio che si spacca. Quel colpo divise il prima dal dopo.

Guardai Desiré, che aspettava la mia reazione. Voleva che urlassi, che la afferrassi, che le dessi un pretesto per chiamare i carabinieri. Non le diedi il caos. Le diedi il silenzio.

«Grazie» dissi. «Adesso so tutto quello che dovevo sapere. »

Mi girai e uscii dalla cucina. Entrai nel mio laboratorio, chiusi la porta.

Le mie mani non tremavano. Le mani di un orologiaio non tremano mai. Lavorai per tre ore, rimontando un Vacheron Constantin del 1889 smontato in 164 pezzi. Ogni ingranaggio che tornava al suo posto era un atto di ordine in un mondo che stava crollando.

Quando finii, pensai a Tobias. Il mio nipotino di 4 anni, che veniva in laboratorio ogni sabato mattina con gli occhi grandi come quadranti. Non potevo lasciare che quella donna distruggesse il mondo che avevo costruito. Non per me.

Per lui. Presi il mio registro di restauro e sotto l’ultima annotazione scrissi una lista. Cucinare. Telefonare a Meinrad.

Preparare la busta. E, sottolineata due volte: non dire una parola fino alle sette di sera. Chiamai Meinrad Hofer, il mio più vecchio amico, che non era diventato orologiaio ma notaio. «Attiva quel testamento di cui parlavamo l’anno scorso» dissi.

«Voglio trasferire la casa a un fondo vincolato per Tobias. Voglio che Mattia non possa accedervi fino a che Tobias non compie 25 anni. E voglio che Desiré non possa toccare niente, né adesso né mai. »

«Erasmo, sei sicuro?

È irreversibile. »

«Vieni qui alle tre. Ti mostro. »

Passai il pomeriggio a cucinare.

Un banchetto tirolese: gulash di manzo marinato nel vino rosso, canederli, Schüttelbrot, speck stagionato, formaggio Graukäse. Cucinare e riparare orologi hanno una cosa in comune: entrambi richiedono rispetto per il procedimento e pazienza per i tempi. Alle 13 sentii la porta aprirsi. Era Mattia, tornato per il pranzo.

Guardò i fornelli accesi, poi vide il segno rosso sulla mia guancia. Il suo sguardo si fermò lì per un secondo. Poi lo vide, lo catalogò e lo ignorò. «Ti sei fatto male?

» chiese, con la voce piatta. «Mi sono graffiato con uno sportello» mentii. Mattia annuì e si sedette al tavolo a guardare il telefono. Non indagò.

Non si avvicinò. Non gli importava. Alle 15 arrivò Meinrad, puntuale come un meccanismo svizzero, con una cartella di cuoio sotto il braccio. Lo feci entrare nel laboratorio.

Guardò la mia guancia. «Chi è stato? » chiese in tedesco. «Desiré.

»

Non sobbalzò. Aprì la cartella e stese i documenti sul banco. Firmammo. La casa, il terreno, il laboratorio: tutto passò al fondo vincolato per Tobias.

Meinrad se ne andò alle 16. Alle 19 apparecchiai la tavola grande, quella di noce massello costruita da mio nonno. Cinque piatti, cinque bicchieri, le posate d’argento di Agnese, la sua tovaglia ricamata a punto croce. Accesi le candele nei candelabri di ottone lucidati.

Alle 19:28 suonò il campanello. Meinrad era lì con sua moglie Elke. Due minuti prima dell’orario, come sempre. Desiré scese le scale, cambiata.

Indossava un vestito nero aderente e sorrideva. Il sorriso di una donna che crede di aver vinto. «Meinrad, che piacere! » disse.

«Erasmo ci ha dato una bella sorpresa stasera. »

Ci sedemmo. Servii i canederli, poi il gulash, poi lo strudel di mele. Desiré mangiò con appetito, parlando di metri quadrati.

Io mangiai in silenzio. Poi lei si appoggiò allo schienale, con un sorriso soddisfatto. «Devo dire che finalmente papà ha capito il suo posto. »

Mi chiamò papà per la prima volta in quattro anni.

E lo fece nel momento peggiore. Il mio posto, secondo lei, era in cucina, a cucinare per lei, a servire il banchetto della mia resa. Posai il cucchiaio. Guardai Meinrad.

Lui posò il tovagliolo, si alzò, raccolse la cartella e camminò fino alla capotavola. Io mi alzai e feci un passo di lato. Meinrad si sedette al mio posto. Il silenzio fu totale.

Desiré smise di masticare. «Che succede? » disse, con la voce cambiata. Meinrad aprì la cartella.

«Mi chiamo Meinrad Hofer, sono notaio e fiduciario del fondo patrimoniale Comploi. A partire dalle 15 di oggi, la proprietà di via Castelroncolo 14, comprensiva di fabbricato, laboratorio e terreno di 3443 metri quadrati, è stata trasferita al fondo vincolato intestato al minore Tobias Comploi. »

«No! » gridò Desiré, alzandosi in piedi con violenza.

«Quella casa è nostra! »

Meinrad continuò, imperturbabile. Prese il secondo documento. «Il nuovo testamento designa come unico beneficiario il fondo vincolato.

Il signor Mattia Comploi è escluso dall’eredità diretta. La signora Desiré Morot, in Comploi, non ha alcun diritto sui beni del fondo. »

Mattia era bianco, più bianco della tovaglia. «Papà, che hai fatto?

»

Lo guardai. Non con rabbia, non con odio. Con la tristezza di un artigiano che deve ammettere che un meccanismo è irrecuperabile. «Ho protetto Tobias.

Da voi. »

Desiré si girò verso di me. «Sei pazzo! Farò annullare tutto!

»

Meinrad prese il terzo documento. «Questo è il certificato medico del dottor Platter, che attesta la piena capacità cognitiva del signor Comploi. Punteggio 32 su 32 al test neuropsicologico. E c’è un ultimo dettaglio: il dottore ha documentato una lesione sulla guancia sinistra, compatibile con un colpo inferto con una mano che indossava un anello.

Il referto è stato inviato ai carabinieri alle 16. »

Desiré si lasciò cadere sulla sedia. Mattia si girò verso di lei. «Cos’è questa storia del colpo sulla guancia?

»

«Non è niente» mormorò lei. «Non è niente, Mattia. »

«Mattia» dissi, con la voce che usavo per spiegare che un danno era troppo grave per essere riparato. «Tua moglie mi ha schiaffeggiato questa mattina in cucina perché ho rifiutato di vendere la casa.

»

Mattia mi fissò, cercando la menzogna. Non la trovò. «È vero? » chiese a Desiré, senza girarsi.

Silenzio. Poi: «È stato uno schiaffo. Ero esasperata. Ho perso la pazienza.

»

«Hai colpito mio padre» disse Mattia. E per la prima volta, sentii nella sua voce qualcosa di duro, di fermo. Ma poi abbassò gli occhi e il lampo si spense. «Non sapevo dello schiaffo» mormorò.

«Ma sapevi del resto. E il resto basta. »

Meinrad si alzò dalla capotavola. «Il mio studio sarà disponibile lunedì per qualsiasi domanda legale.

Buonasera. »

Li accompagnai alla porta. «E adesso? » chiese Meinrad.

«Adesso parto. Vado a Merano da Wilhelm. Mi ha offerto una stanza sopra la sua bottega. I 37 orologi li porterò con me domattina.

»

«E Tobias? »

«Tobias resta qui con Mattia. Ma se Desiré non se ne va entro la fine del mese, presenta la denuncia formale. Non solo per lo schiaffo.

Per tutto. »

Tornai in soggiorno. Desiré era sparita, sentivo i suoi passi di sopra mentre faceva le valigie. Mattia era ancora seduto al tavolo.

«Ti ricordi quando avevi 8 anni e hai rotto il bilanciere dell’orologio del nonno? » gli chiesi. «Ti ho detto che un pezzo rotto non significa un orologio perso, significa solo che c’è del lavoro da fare. Ma non ti ho mai insegnato la seconda parte di quella lezione.

Un orologiaio non può riparare un meccanismo se il proprietario continua a romperlo. A un certo punto deve posare gli attrezzi e dire basta. »

«Papà, non andartene. »

«Non me ne vado.

Mi sposto. Vado a Merano. Il laboratorio qui lo chiudo, ma il lavoro continua. E la casa è di Tobias.

Tu puoi viverci, ma Desiré no. »

Andai nella camera di Tobias. Dormiva con le braccia spalancate. Mi chinai e gli baciai la fronte.

«Buonanotte, Tobias. Il nonno ti ha lasciato un regalo. Ti ho lasciato il tempo. Tutto il tempo di questa casa, di queste montagne, di questo laboratorio è tuo.

Non lasciare che nessuno te lo porti via. »

La mattina dopo, alle 6, caricai la valigia e tre casse di orologi nel mio vecchio furgone Volkswagen. Non guardai la casa nello specchietto retrovisore. Un orologiaio non guarda indietro.

Guidai fino a Merano, dove Wilhelm mi aspettava sulla porta della sua bottega. Mi mostrò una stanza piccola, con una finestra sulla Val Passiria. Era tutto quello di cui avevo bisogno. Sono passati quattro mesi.

Ho finito tutti i 37 orologi. Ogni promessa è stata mantenuta. Mattia mi chiama ogni domenica. La terza settimana ho risposto.

Mi ha detto che Desiré se n’è andata, è tornata a Lione. Non ha contestato il fondo, non ha fatto causa. La denuncia l’ha convinta che il costo di restare era più alto del costo di andarsene. Mattia vive nella casa da solo con Tobias.

Cerca lavoro come geometra. Dice che gli dispiace, che non sapeva dello schiaffo. E io gli credo. Mattia non è un bugiardo.

È un codardo. E un orologiaio sa che la differenza tra un meccanismo difettoso e uno distrutto sta tutta nell’intenzione del danno. Tobias viene a trovarmi un sabato su due. L’ultimo sabato mi ha chiesto di insegnargli a usare le pinzette.

Si è seduto sul mio sgabello, le gambe penzoloni, e ha provato a estrarre una rotella da un meccanismo rotto. Le sue mani tremavano. Ma c’era qualcosa nel modo in cui guardava quel meccanismo che mi ha fatto pensare che, forse, un giorno quelle mani sapranno riparare ciò che io non sono riuscito a riparare. «Nonno, perché gli orologi si rompono?

» mi ha chiesto. «Perché tutto si rompe, Tobias. Ma un orologiaio esiste per rimettere insieme i pezzi. »

«E se i pezzi sono troppi?

»

«Non esistono troppi pezzi. Esistono solo orologiai che non hanno abbastanza pazienza. »

L’altra sera ho ricevuto una lettera. Di Desiré.

Scritta a mano su carta color avorio. Mi chiedeva scusa per lo schiaffo, non per la pressione sulla casa, non per i debiti, non per i quattro anni di tensione. Solo per lo schiaffo. E scriveva qualcosa che mi fece fermare la lettura.

Quando mi aveva colpito, non stava colpendo me. Stava colpendo suo padre, un uomo che non vedeva da 18 anni, che l’aveva abbandonata a 16 anni con una madre alcolizzata, un uomo che aveva scelto la pietra e il legno sopra la carne e il sangue. Quando aveva visto me rifiutare di vendere la mia casa per aiutare mio figlio, aveva visto suo padre. E la rabbia di 18 anni era esplosa sulla mia guancia.

Non ho risposto alla lettera. Non perché non l’abbia perdonata. Non c’è niente da dire. Le scuse non cambiano il meccanismo, non rimontano gli ingranaggi che si sono spezzati.

E poi c’è Tobias. Il fondo resta vincolato. La casa resta sua. Quando avrà 25 anni, forse il meccanismo potrà essere rimontato.

Ma quel giorno è lontano, e un orologiaio sa che il tempo lontano non si misura. Si aspetta. Ho appeso sopra il mio banco di lavoro a Merano un pendolo che ho costruito con le mie mani. È un po’ più piccolo di quello di Bolzano, ha un ticchettio leggermente diverso.

Ma funziona. Funziona con la stessa precisione del tempo che scorre, che guarisce e che, se lo curi, ti restituisce quello che pensavi di aver perduto. Tic tac. Tic tac.

Il meccanismo funziona. E la scelta è sempre stata tua.