Il profumo mi ha colpito prima di tutto il resto. Pesante, maschile, costoso. Non il mio. Io uso solo acqua di colonia leggera, quella che mi regalava mio padre.

Ero salito sulla Fiat 500 di Giuliana perché la mia Alfa era dal meccanico, e lei me l’aveva offerta con quel sorriso che conosco da venticinque anni. Poi ho visto il pacchetto di Marlboro rosse nel portaoggetti. Nessuno di noi due fuma. Giuliana odia il fumo.
Almeno così mi ha sempre detto. Ho sentito qualcosa sotto il sedile. Mi sono piegato e ho tirato fuori una sciarpa da uomo, cashmere blu, con le iniziali ricamate: A. M.
Andrea Moretti. Il collega di Giuliana. Quello che lei definisce antipatico e presuntuoso. Quello di cui parla male a ogni cena.
Quello che evidentemente conosce molto bene l’interno della sua macchina. Non ho urlato. Non ho rotto niente. Sono rimasto seduto in quel piccolo abitacolo che puzzava di tradimento e ho capito una cosa: la vendetta migliore non è quella che brucia subito.
È quella che si prepara lentamente, con precisione, come un piatto che cuoce a fuoco lento finché non è perfetto. Ho rimesso tutto al suo posto. La sciarpa, le sigarette. Ho spruzzato un po’ del mio profumo per confondere le tracce e sono uscito da quella macchina con un piano in testa.
Giuliana non lo sapeva ancora, ma il suo mondo stava per crollare. Sono tornato a casa come se nulla fosse. Lei era in cucina, preparava la pasta al forno. Il giovedì di solito va in palestra.
Oggi no. “Come va la macchina? ” ha chiesto senza guardarmi, gli occhi fissi sui pomodori. “Bene.
Grazie per avermela prestata. ”
“Prego, amore. ”
Amore. Quella parola mi è entrata nelle orecchie come un chiodo arrugginito.
Ho osservato le sue mani. Quelle mani che conosco da una vita, che hanno accarezzato i nostri figli, che mi hanno tenuto quando è morto mio padre. Quelle stesse mani che probabilmente hanno toccato lui. “Devo uscire per un paio d’ore,” ho detto.
“Cose urgenti in ufficio. Torno per pranzo. ”
Ha annuito troppo in fretta. Troppo felice di vedermi uscire.
Sono andato al bar sotto casa. Franco, il proprietario, conosce tutti i segreti del quartiere. Mi sono seduto al bancone. Caffè doppio, amaro come il sapore che avevo in bocca.
“Franco, tu che vedi tutto. Mia moglie viene spesso qui? ”
Mi ha guardato. Ha pulito il bancone più lentamente del solito.
“Dottor Ricci, io non mi metto nei problemi delle famiglie. ”
“Franco, ti conosco da vent’anni. Dimmi solo se viene qui. ”
Un silenzio pesante.
Poi un sospiro. “Il martedì e il giovedì, sempre alle dieci. Con un uomo elegante, capelli grigi. Ultimamente usano la 500 di sua moglie.
”
Il caffè mi è andato di traverso. “Da quanto tempo? ”
“Sei mesi, forse sette. Mi dispiace, dottore.
Pensavo che lo sapesse. ”
Sei mesi. Mezzo anno della mia vita costruito su una bugia. Mentre lavoravo, mentre pensavo che fosse in palestra, mentre le dicevo che era bella, lei era con lui.
“Dove vanno? ”
“Non lo so. Prendono il caffè qui, parlano poco, poi se ne vanno. Sempre di fretta.
”
Ho pagato e sono uscito. Le gambe andavano avanti per inerzia. La testa era altrove. Sono tornato a casa.
Giuliana era ancora in cucina. “Sei tornato presto,” ha detto sorpresa. “Sì. Ho finito prima.
”
L’ho osservata davvero, come se la vedessi per la prima volta. Quarantotto anni, ancora bella, capelli castani con qualche filo bianco che si rifiuta di tingere. Sempre elegante, sempre curata. Per chi?
Per me o per lui? “Giuliana, ti va di andare a cena fuori stasera? Solo noi due, come una volta. ”
Ha esitato.
Solo un secondo, ma l’ho visto. “Certo, amore. Che bella idea. ”
Amore.
Di nuovo quella parola. Questa volta l’ho vista per quello che era. Una maschera. Un copione recitato male.
Al ristorante da Vittorio, il nostro posto, quello dove le ho chiesto di sposarmi ventisette anni fa. Tavolo vicino alla finestra, vista sul porto di Genova, le luci che si riflettevano sull’acqua scura. Giuliana indossava il vestito nero che le avevo regalato per l’anniversario. Quello che non aveva mai messo.
“Troppo elegante,” diceva sempre. Stasera era perfetta. “Sei bellissima,” le ho detto. Ha sorriso.
Un sorriso vero, o almeno così sembrava. “Ti ricordi quando venivamo qui ogni settimana? ” ho chiesto. “Certo.
Quando i bambini erano piccoli e tua madre li teneva il sabato sera. Eravamo felici. ”
Silenzio. Ha bevuto un sorso lungo di vino.
“Lo siamo ancora? ” ha chiesto. “Non lo so, Giuliana. Dimmi tu.
Siamo ancora felici? ”
Mi ha guardato. Davvero guardato. Per la prima volta in mesi.
“Cosa intendi? ”
“Intendo che a volte sento che ci siamo persi. Che viviamo nella stessa casa, ma in vite diverse. ”
“Marco, siamo sposati da venticinque anni.
È normale. La quotidianità, il lavoro, i figli che sono andati via. È solo questo. ”
L’ho fissata.
Quegli occhi verdi che mi facevano impazzire a venticinque anni. Adesso vedevo solo menzogne. “Niente. Forse ho solo bisogno di riconnettermi con te.
”
Abbiamo mangiato in un silenzio strano. Non pesante, ma nemmeno confortevole. Come due estranei che fingono di conoscersi. “Come va in ufficio?
” ho chiesto. Sapevo la risposta, ma volevo sentirla dire. “Bene. Il solito.
Pratiche, riunioni. Andrea continua a essere insopportabile. ”
Andrea. Il nome è uscito dalle sue labbra con una naturalezza che mi ha tolto il fiato.
“Ancora problemi con lui? ”
“Sempre. È arrogante, pensa di sapere tutto. ”
Ogni parola era un coltello.
Ma io sorridevo, annuivo, bevevo il vino e la lasciavo affondare sempre di più. Quando siamo usciti, le ho preso la mano. Ha sussultato. “Da quanto tempo non lo facevamo, Giuliana?
Domani devo andare a Milano per tre giorni. Lavoro. ”
“Tre giorni? ”
“Sì.
Un cliente importante. Partirò presto. ”
Ho visto qualcosa nei suoi occhi. Un lampo.
Sollievo. Eccitazione. “Va bene. Ci mancherai.
”
Ci mancherai. Plurale. Come se fossimo una squadra. Ma quale squadra?
Quella vera o quella segreta? Quella notte si è addormentata subito. Io sono rimasto sveglio a guardare il soffitto. Non sarei andato a Milano.
Sarei rimasto qui a Genova. A guardare. A capire. A preparare la mia mossa.
Perché dopo venticinque anni uno conosce i ritmi, le abitudini, i segreti. E io stavo per usare ogni singolo segreto contro di lei. Venerdì mattina ho fatto la valigia davanti a lei. Camicie, pantaloni, il necessaire.
Tutto in scenà. “Mi raccomando, chiamami quando arrivi,” ha detto Giuliana ancora in pigiama. “Certo. E tu cosa farai in questi giorni?
”
“Niente di speciale. Lavoro. Forse vedo Marta e Silvia per un aperitivo. ”
Bugie.
Sempre bugie. L’ho baciata sulla fronte, ho preso la valigia e sono uscito. Ho messo tutto nel bagagliaio dell’Alfa Romeo e sono partito. Ma non verso Milano.
Sono andato da mio fratello Stefano. Vive a Nervi, a venti minuti da casa nostra. Gli ho raccontato tutto. Il profumo, la sciarpa, le sigarette, il bar.
“Che bastarda! ” ha detto Stefano. “E adesso? Vuoi che le faccia una scenata?
Che vada a parlare con questo Andrea? ”
“No. Voglio capire. Voglio vedere con i miei occhi.
E poi deciderò. ”
Stefano mi ha dato le chiavi del suo garage. “Puoi stare qui. Ho una camera libera.
Fai quello che devi fare. ”
Sono rimasto lì tutto il giorno. Alle tredici ho chiamato Giuliana. “Sono arrivato.
Hotel bellissimo. Ti mando una foto dopo. ”
Le ho mandato la foto di un hotel di Milano presa da internet. Ha risposto con un cuore.
Un cuore. Sabato mattina, nove e quarantacinque. Ho preso la macchina di Stefano, una Volkswagen Golf grigia, anonima. Perfetta.
Sono andato sotto casa e ho parcheggiato dall’altra parte della strada. Motore spento. Occhi fissi sul portone. Alle dieci e quindici è uscita.
Pantaloni neri, camiccia bianca, tacchi. Trucco fatto bene. Troppo bene per andare a fare la spesa. È salita sulla 500 ed è partita.
L’ho seguita a distanza. Ha guidato verso il centro, corso Italia, poi ha svoltato verso via Colombo. Si è fermata davanti a un palazzo elegante. Portone in legno scuro, videocitofono dorato.
È scesa. Ha controllato il telefono. Ha aspettato. Alle dieci e mezza lui è arrivato.
Andrea Moretti. Cinquantacinque anni, capelli grigi perfettamente tagliati, completo blu, scarpe lucide. Sorriso da stronzo. L’ha baciata.
Non sulla guancia. Sulle labbra. Un bacio lungo. La mano di lui sulla sua schiena.
La mano di lei sul suo petto. Ho stretto il volante. Nocche bianche. Mascella serrata.
Sono entrati insieme nel palazzo. La porta si è chiusa alle loro spalle. Sono rimasto lì a fissare quel portone. Il tempo si è fermato.
Ogni secondo era un’eternità. Dopo due ore sono usciti. Lei si era cambiata. Jeans, maglietta, capelli legati.
Come se fosse stata in palestra. La scusa perfetta. Si sono baciati di nuovo. Lui le ha detto qualcosa all’orecchio.
Lei ha riso. Quel riso che credevo fosse solo mio. Sono andati via, ognuno per la sua strada. Lei verso casa.
Lui verso la sua vita. Io sono rimasto seduto. Il cuore batteva così forte che sentivo il sangue nelle orecchie. Non era solo sesso.
Non era solo un tradimento fisico. C’era complicità. C’era intimità. C’era amore.
Quella parola mi ha fatto vomitare. Letteralmente. Ho aperto la portiera e ho vomitato sul marciapiede. Venticinque anni.
Due figli. Una casa. Una vita. E lei rideva con lui come non rideva con me da anni.
Sono tornato da Stefano. Non ho detto niente. Mi sono chiuso in camera e ho fissato il muro. È lì che ho capito cosa dovevo fare.
Domenica sera sono tornato da Milano. Giuliana mi ha accolto con un sorriso. “Com’è andata? ”
“Bene.
Stancante. E tu? ”
“Niente. Sabato ho visto le ragazze.
Aperitivo, chiacchiere. Domenica ho pulito casa. ”
Ogni parola era vetro nella mia gola. “Che bello.
Mi dispiace di non esserci stato. ”
“Non preoccuparti. Ci saranno altre occasioni. ”
Altre occasioni.
Altre bugie. Altre volte in cui sarebbe andata da lui mentre io credevo alle sue favole. Quella notte ho dormito accanto a lei. Il suo corpo così vicino.
Ma così lontano. Come una sconosciuta. Lunedì mattina, sette in punto. Giuliana si è preparata per andare al lavoro.
Io avevo preso un giorno di ferie. “Non vai in ufficio? ” ha chiesto. “No.
Ho accumulato troppi giorni. Ne prendo qualcuno. ”
“Ah. Cosa farai?
”
“Riposerò. Forse vado a correre. Leggo. ”
“Ok.
Ci vediamo stasera. ”
È uscita. Io sono rimasto a casa. Ma non per riposare.
Ho preso il suo laptop. La password era il compleanno di nostra figlia. Troppo facile. Email.
Centinaia di email. Lavoro, spam, newsletter. E poi una cartella nascosta. “Archivio personale.
” Dentro: messaggi, chat, foto. Andrea e Giuliana. Messaggi che risalivano a otto mesi fa. Non sei.
Otto mesi di menzogne. “Stamattina quando mi hai toccato, non riuscivo a pensare ad altro. ”
“Anche io. Sei diventata la mia droga.
”
“Quando possiamo rivederci? ”
“Giovedì. Lui sarà in ufficio tutto il giorno. ”
Lui.
Io ero “lui”. Non Marco. Non tuo marito. Solo “lui”.
Ho continuato a leggere. Ogni messaggio era peggiore del precedente. “Ieri sera a cena con lui mi sentivo una bugiarda. ”
“Lo sei.
Ma è per una buona causa. Noi siamo la buona causa. ”
“A volte penso di lasciarlo. Di dirti tutto.
Di vivere questa cosa alla luce del sole. ”
“Non ancora. Dobbiamo essere prudenti. Lui non deve sospettare niente.
”
Lui non deve sospettare niente. Ho riso. Un riso amaro, quasi isterico. Poi ho visto le foto.
Giuliana e Andrea in un ristorante. In un hotel. A letto. A letto.
Lei. Il mio mondo. La madre dei miei figli. Nuda tra le braccia di un altro.
Ho chiuso il laptop. Le mani non tremavano. Vibravano. Di rabbia.
Di dolore. Di umiliazione. Mi sono alzato e ho camminato per casa. La nostra casa.
Quella che avevo comprato lavorando sessanta ore a settimana. Quella dove avevamo cresciuto i nostri bambini. Quella dove ogni angolo aveva un ricordo. Adesso era solo una scenografia.
Un palcoscenico per le sue bugie. Ho preso il telefono e ho chiamato un investigatore privato. Giuseppe Santini, un ex collega che aveva lasciato la legge per fare questo lavoro. “Marco?
Quanto tempo. Cosa ti serve? ”
“Informazioni su una persona. Andrea Moretti.
Voglio sapere tutto. Famiglia, lavoro, conti, segreti. Tutto. ”
“Quando ti servono?
”
“Ieri. ”
“Ti costa? ”
“Non mi interessa. Fallo.
”
Ho riattaccato. Perché avevo capito una cosa: se volevo distruggere Giuliana, dovevo prima distruggere lui. Toglierle il suo premio. Il suo amante perfetto.
Il suo sogno. E poi avrei pensato a lei. La vendetta migliore non è quella veloce. È quella che smonta pezzo per pezzo, come un orologio.
Con precisione. Con calma. E io avevo tutto il tempo del mondo. Mercoledì pomeriggio Giuseppe mi ha chiamato.
“Ho quello che ti serve. Possiamo vederci? ”
Bar Meridiana, ore diciotto. Era già lì.
Cartella nera sul tavolo. “Siediti,” ha detto. “Questo non ti piacerà. ”
“Dimmi tutto.
”
Ha aperto la cartella. Foto, documenti, estratti conto. “Andrea Moretti, cinquantacinque anni, sposato, due figli. Vive a Quarto.
Lavora nello stesso ufficio di tua moglie da tre anni. Guadagna bene. Molto bene. Però ha debiti.
Tanti. Gioca d’azzardo. Casinò online. Ha perso circa centottantamila euro negli ultimi due anni.
La moglie non sa niente. Paga tutto con carte di credito nascoste. ”
Centottantamila euro. “È nei guai fino al collo,” ha continuato Giuseppe.
“Ha anche preso soldi in prestito da gente poco raccomandabile. Se non paga entro tre mesi, avrà seri problemi. ”
Un sorriso mi è salito alle labbra. Lento.
Freddo. “Hai i nomi di queste persone? ”
Giuseppe mi ha guardato. “Marco, cosa stai pensando?
”
“Hai i nomi? ”
Ha esitato. Poi ha tirato fuori un foglio. “Questo è il principale.
Rocco Damiani. Prestiti ad alto interesse. Non è uno con cui scherzare. ”
Ho preso il foglio.
L’ho piegato. L’ho messo in tasca. “Bene. Cos’altro?
”
“La moglie, Elena Moretti. Insegnante. Brava donna. Lavora tanto.
Non sa nulla degli affari del marito. E sicuramente non sa nulla della tua Giuliana. ”
“Hai il suo numero? ”
“Marco…”
“Hai il suo numero?
”
Ha sospirato e mi ha dato un biglietto da visita. “Questo è il numero della scuola dove lavora. Elementare San Martino, zona San Pier d’Arena. Ma pensaci bene.
”
“Ho pensato per venticinque anni. Adesso è il momento di agire. ”
Sono tornato a casa. Giuliana era in cucina.
Pollo arrosto, patate. Il mio piatto preferito. “Buon tempismo,” ha detto. “Cena tra venti minuti.
”
Mi sono seduto a tavola e l’ho guardata muoversi. Così naturale. Così normale. Come se non stesse vivendo una doppia vita.
“Domani devo tornare a Milano,” ho detto. Lei si è girata. “Sì. Stesso cliente.
Vuole chiudere il contratto. Starò via fino a domenica. ”
Ho visto di nuovo quel lampo negli occhi. Eccitazione.
Opportunità. “Ok. Buon viaggio. ”
Quella notte abbiamo cenato in silenzio.
Lei parlava di cose inutili. Il tempo. La bolletta della luce. Il compleanno di sua sorella.
Parole. Solo parole. Vuote. Senza significato.
Dopo cena mi sono chiuso nello studio. Ho chiamato Rocco Damiani. “Pronto? ” Una voce ruvida.
Pericolosa. “Signor Damiani, non mi conosce. Ma conosco lei. E conosco Andrea Moretti.
”
Silenzio. “Chi è lei? ”
“Qualcuno che può aiutarla a recuperare i suoi soldi. Moretti ha debiti con lei.
Centottantamila euro. Giusto? ”
“Come lo sa? ”
“Non importa.
Importa che posso dirle dove trovarlo. Quando. E come convincerlo a pagare. ”
“E perché dovrebbe aiutarmi?
”
“Perché Moretti mi ha tolto qualcosa di prezioso. E io voglio solo restituire il favore. ”
Altra pausa. Poi una risata.
Bassa. Minacciosa. “Mi piace come ragiona. Cosa vuole in cambio?
”
“Niente. Solo che quando lo incontrerà, gli dica che è Marco Ricci che gliel’ha mandato. Ricordi bene questo nome. Marco Ricci.
”
“Capito. Mi mandi i dettagli. ”
Ho riattaccato. Il primo pezzo era mosso.
Adesso era il momento di muovere il secondo. Elena Moretti. La moglie ignara. La vittima come me.
Era ora che anche lei sapesse la verità. Giovedì mattina ho fatto finta di partire per Milano. Invece sono andato a San Pier d’Arena. Scuola elementare San Martino.
Ho aspettato davanti al cancello. Alle tredici lei è uscita. Elena Moretti. Quarantacinque anni, capelli biondi, occhiali, sorriso gentile.
Sembrava stanca, ma serena. Mi sono avvicinato. “Signora Moretti? ”
Si è girata.
“Sì? ”
“Mi chiamo Marco Ricci. Possiamo parlare? È importante.
”
“Riguardo a cosa? ”
“Suo marito. ”
Il sorriso è sparito. “Cosa ha fatto Andrea?
”
“Niente di illegale. Ma qualcosa che deve sapere. C’è un bar qui vicino. Le offro un caffè.
”
Abbiamo camminato in silenzio. Bar Tre Ponti. Due caffè. “Signora, non so come dirle questo.
”
“Lo dica e basta. ”
Ho tirato fuori il telefono e le ho mostrato le foto. Giuliana e Andrea al ristorante. Davanti al palazzo.
Il bacio. L’ho vista impallidire. Le mani stringevano la tazza. Gli occhi fissi sullo schermo.
“Da quanto tempo? ” ha chiesto. “Otto mesi. Forse di più.
”
“E lei è il marito? ”
“Sì. ”
Ha bevuto il caffè tutto d’un fiato. Poi ha poggiato la tazza.
Le mani tremavano. “Grazie per avermelo detto. ”
“C’è dell’altro. Suo marito ha debiti.
Centottantamila euro. Gioco d’azzardo. E ha preso soldi da persone pericolose. ”
Ha chiuso gli occhi.
Una lacrima è scesa. Una sola. “Io lavoro sessanta ore a settimana. Per la casa.
Per i bambini. E lui…”
“Lo so. Mi dispiace. ”
“Cosa farà?
”
“Io ho già fatto. Ho dato le informazioni ai suoi creditori. Verranno a cercarlo presto. E lei dovrebbe proteggersi.
Proteggere i suoi figli. Parli con un avvocato. Separi i conti. Si allontani prima che il disastro travolga anche lei.
”
Si è alzata. Mi ha guardato. Occhi pieni di dolore, ma anche di determinazione. “Grazie, signor Ricci.
E sua moglie? Cosa farà con lei? ”
Ho sorriso. Amaro.
“Ancora non lo so. Ma lo scoprirà presto. ”
È andata via. Io sono rimasto seduto.
Il caffè freddo davanti a me. Quella sera sono tornato a casa. Giuliana era euforica. Vestito nuovo.
Profumo nuovo. Trucco perfetto. “Esci? ” ho chiesto.
“Sì. Cena con le ragazze. Torno tardi. ”
“Divertiti.
”
L’ho baciata sulla guancia. È uscita di corsa. Felice. Ma non sarebbe andata lontano.
Perché un’ora dopo il telefono di Andrea avrebbe squillato. Rocco Damiani. I suoi uomini. Il conto da pagare.
E il giorno dopo, Elena avrebbe parlato con suo marito. Divorzio. Separazione dei beni. Fine.
Io mi sono seduto sul divano. Ho acceso la televisione. E ho aspettato. Perché la vendetta migliore non è quella che fai tu.
È quella che lasci fare alla vita. Agli altri. Alle conseguenze. Andrea avrebbe perso tutto.
La moglie. I soldi. Forse anche le ginocchia. E Giuliana?
Avrebbe perso lui. Il suo sogno. Il suo amante perfetto. E poi sarebbe rimasta con me.
In questa casa. Con le sue bugie. Con la sua colpa. E io avrei guardato ogni giorno.
Ogni notte. Sapendo. Perché la punizione peggiore non è perdere qualcuno. È vivere accanto a qualcuno che hai già perso.
Questo era solo l’inizio.


