Margherita posò la busta sul tavolo della cucina e non disse nulla. Rimase lì, in piedi, con le mani strette lungo i fianchi, mentre suo marito Andrea finiva di apparecchiare. Era una sera qualsiasi, ma il silenzio che riempiva la stanza non lo era. “Che cos’è?

” chiese Andrea, senza alzare gli occhi dal piatto. “Apri. ” La voce di Margherita era piatta, come se avesse recitato quella parola cento volte prima di arrivare a casa. Lui prese la busta.
La aprì con calma, senza fretta, e tirò fuori il foglio intestato dello studio legale. Lesse le prime righe, poi le riuscì, poi le rilesse. Quando alzò lo sguardo, i suoi occhi erano due fessure. “Vuoi divorziare?
”
“Voglio che tu te ne vada. ”
Andrea posò il foglio e incrociò le braccia. “Dopo quindici anni, Margherita. Così, senza nemmeno una discussione.
”
“Ne abbiamo discusse di discussioni. Ne abbiamo avute abbastanza per una vita intera. ”
Lui scosse la testa, un gesto lento, quasi compassato. “Non ci stai provando.
Non ci provi nemmeno. ”
“Non c’è più niente da provare. ” Margherita si sedette di fronte a lui, ma non gli prese la mano. Non lo guardò negli occhi.
Guardò fuori dalla finestra, dove il buio della sera cominciava a coprire i tetti del quartiere. “Ho smesso di provarci tre anni fa. Forse anche prima. Solo che non avevo il coraggio di ammetterlo.
”
“E adesso sì? ”
“Adesso sì. ”
Andrea si alzò. Girò intorno al tavolo e si fermò dietro la sedia di lei, ma non la toccò.
“C’è qualcun altro? ”
Margherita rimase ferma. “No. ”
“Allora non capisco.
”
“Non devi capire. Devi solo andartene. ”
Ci fu un silenzio lungo. Poi Andrea raccolse il foglio, lo piegò e se lo mise in tasca.
Uscì dalla cucina senza dire una parola. Margherita sentì i suoi passi in salotto, aprì un cassetto, poi un altro. Sentì lo scatto di una valigia. Rimase seduta al tavolo con le mani in grembo e il respiro corto, finché non sentì la porta di casa chiudersi.
Solo allora si mise a piangere. Passarono settimane. La casa sembrava più grande senza di lui, e più silenziosa. Margherita riempì quel silenzio con il lavoro, con le commissioni, con le telefonate alla sorella.
Ma la sera, quando tornava e trovava le stanze vuote, il vuoto tornava con lei. Fu la sorella, Chiara, a spingerla a svuotare lo studio di Andrea. “Non puoi lasciare tutto così. È la tua casa, ora.
”
“Lo so. ”
“Allora fallo. Prendi una scatola, metti via le sue cose e porta tutto in cantina. ”
Margherita lo fece un sabato pomeriggio, con la radio accesa e una scatola di cartone sotto il braccio.
Ma quando aprì il primo cassetto della scrivania, si fermò. Non c’erano vecchie bollette o documenti da buttare. C’erano fotografie. Non di lei.
Non di loro. Fotografie di una donna che non aveva mai visto, in pose che non lasciavano spazio all’immaginazione. Prese una foto, poi un’altra, poi tutte. Le stese sulla scrivania come si stendono le carte da gioco.
La donna aveva i capelli scuri e un sorriso largo. In alcune foto era in spiaggia, in altre in una stanza d’albergo. In tutte, appariva felice. Margherita non pianse.
Rimase lì a guardarle, poi le rimise nella scatola insieme a tutto il resto. Ma la sera, quando Chiara la chiamò per sapere come era andata, Margherita le raccontò tutto con una voce che non tremava. “C’era un’altra donna, Chiara. ”
“Tu cosa dici?
”
“Te lo dico perché le ho viste. Le foto. C’erano anni di foto. ”
Chiara tacque un momento.
“E tu cosa vuoi fare? ”
“Niente. Non voglio fare niente. Non voglio nemmeno sapere chi è.
Voglio solo che la causa vada avanti e che questa storia finisca. ”
Ma la storia non finì così facilmente. Poche settimane dopo, Margherita ricevette una chiamata dallo studio legale. Andrea aveva impugnato la richiesta di divorzio.
Voleva la casa. Voleva metà dei risparmi. E sosteneva che Margherita lo avesse lasciato senza motivo, chiedendo un risarcimento per i danni morali. L’avvocato di Margherita, una donna di nome Paola, la ricevette nel suo ufficio con una cartella piena di documenti.
“Può fare tutto questo”, disse Paola, “ma difficilmente lo vincerà. A meno che… ”
“A meno che cosa? ”
“A meno che ci sia un motivo valido per la separazione.
Se lei ha prove di un tradimento, la situazione cambia radicalmente. ”
Margherita guardò fuori dalla finestra. “Ho delle foto. ”
“Quanto compromettenti?
”
“Molto. ”
Paola annuì. “Allora le usiamo. ”
Ma Margherita non riuscì a dirle di sì subito.
Si prese una settimana. In quei sette giorni continuò a fare la vita di sempre, ma la scatola con le fotografie stava sotto il letto, e lei la sentiva anche quando non la guardava, come un peso che non si apriva. Una mattina, mentre prendeva il caffè, le venne un pensiero che non l’abbandonò più. E se Andrea l’avesse fatto per un motivo?
E se in quella storia ci fosse qualcosa che lei non capiva? Non stava cercando scuse, ma voleva capire. Voleva almeno guardarlo in faccia e chiederglielo. Lo chiamò.
Si diedero appuntamento in un bar in centro, un posto neutro, senza ricordi. Andrea arrivò per primo. Quando Margherita lo vide, si accorse che era dimagrito, che i capelli avevano più grigio. Si sedette di fronte a lui e ordinò un caffè che non bevve.
“Perché hai detto che non c’era un motivo? ” chiese lui subito. “Perché non volevo umiliarti. ”
“E adesso?
”
Margherita aprì la borsa e tirò fuori una delle fotografie. La posò sul tavolo, voltata verso di lui. Andrea la guardò e non disse nulla. Per un lungo momento rimase immobile, con le mani sul tavolo e lo sguardo fisso sulla foto.
“Come l’hai trovata? ” chiese infine. “Nello studio. Mentre svuotavo.
”
“Non dovevi. ”
“Non dovevo cosa? Trovarla o lasciarti? ”
Lui tacque.
Poi prese la foto e se la mise in tasca. “Non ti dirò chi è. ”
“Non me l’hai mai chiesto. Non ti dirò nulla.
”
“Quindi è vero. ”
Margherita annuì. “È vero. Ma non cambia niente.
Il divorzio lo voglio comunque. ”
Andrea giocherellò con il bicchiere d’acqua. “Se usi quelle foto in tribunale, io finisco in rovina. Lo sai.
”
“Lo so. ”
“E lo faresti? ”
Margherita non rispose subito. Guardò fuori dalla finestra, dove la gente camminava veloce sotto il sole.
“Non voglio rovinarti. Voglio solo tornare a vivere. ”
“Non puoi vivere senza di me? ”
“No.
E nemmeno tu puoi vivere senza di lei, a quanto pare. ”
Andrea lasciò cadere le mani sul tavolo. “Non è come pensi. ”
“Non mi interessa come è.
Mi interessa com’è adesso, qui, tra noi due. ”
“Cosa vuoi, allora? ”
“Voglio la casa. Voglio i risparmi che abbiamo messo insieme.
E voglio che tu ritiri la richiesta di risarcimento. ”
Lui la guardò a lungo. “E in cambio? ”
“In cambio non uso le foto.
Ti lascio la tua dignità. Ma non voglio più sentirti. ”
Andrea si alzò. Si mise le mani in tasca e guardò la strada, poi di nuovo lei.
“Sei cambiata. ”
“No, Andrea. Sono cambiata io perché tu hai smesso di guardarmi. Questo è il problema.
”
Lui non rispose. Uscì dal bar lasciando il caffè intatto e la sedia un po’ storta. Margherita rimase sola al tavolo, con la foto in borsa e il cuore che batteva forte ma fermo. La causa andò avanti.
Andrea ritirò la richiesta di risarcimento poche settimane dopo, e i suoi avvocati accettarono le condizioni proposte da Margherita. La casa restò a lei. I risparmi vennero divisi. Nessuno dei due dovette rivelare nulla in tribunale.
Il giorno in cui firmò gli ultimi documenti, Margherita non sentì né sollievo né tristezza. Sentì solo stanchezza, una stanchezza vecchia di anni, come se il corpo si fosse finalmente permesso di mollare la presa. Uscì dallo studio legale e camminò a lungo per il centro, senza meta. Nel frattempo, Chiara non smetteva di chiederle se voleva uscire, se voleva conoscere qualcuno, se voleva rimettersi in gioco.
Margherita diceva di no con gentilezza, ma una sera disse di sì. “Andiamo a cena. Solo noi due. Non c’è nessuna storia, nessun appuntamento.
Solo cena. ”
“Va bene”, disse Margherita. “Solo cena. ”
La cena fu più piacevole di quanto avesse previsto.
Chiara la fece ridere raccontando dei suoi colleghi, e Margherita si accorse che non rideva così da molto tempo. Quando tornò a casa, la casa non le parve più così vuota. Si versò un bicchiere d’acqua, si sedette in salotto e accese la televisione senza guardarla. Stava bene.
Passò ancora un mese. Una domenica, mentre riordinava il ripostiglio, Margherita trovò la scatola con le fotografie. La tenne tra le mani per un lungo momento, poi la portò in giardino e la mise nel bidone della carta. Non la aprì.
Non ne guardò nemmeno una. Quando sentì il rumore del cartone che cadeva nel vuoto, chiuse il coperchio e tornò in casa. La settimana dopo ricevette una telefonata da Paola. “Ho una buona notizia.
L’accordo è definitivo. Non c’è più nulla da fare. ”
“Bene. ”
“Ti sei già guardata intorno?
Hai pensato a cosa farai? ”
Margherita sorrise al telefono. “Forse. Non lo so ancora.
”
“Va bene. Prenditi il tuo tempo. ”
Lo prese. Per le settimane successive, Margherita si dedicò a cose che aveva rimandato per anni.
Ridipinse la camera da letto con un colore che le piaceva e che Andrea odiava. Buttò via il divano che non le era mai piaciuto e ne comprò uno piccolo, comodo, solo per lei. Uscì a cena con Chiara. Uscì anche da sola, una volta, al cinema.
Vide un film in cui nessuno tradiva nessuno e nessuno divorziava, e si trovò a ridere da sola in sala. Non pensava più ad Andrea ogni giorno. A volte passavano giorni interi senza che il suo viso le attraversasse la mente. Quando accadeva, non era più dolore.
Era solo il ricordo di un tempo che era finito. Un sabato mattina, mentre beveva il caffè in cucina, le suonò il telefono. Era un numero sconosciuto. Per un momento non rispose.
Poi, con un gesto istintivo, accettò la chiamata. “Ciao, Margherita. ”
Riconobbe la voce di Andrea, anche se era passato un anno dall’ultima volta che l’aveva sentita. Si sedette lentamente.
“Ciao. ”
“Non ti disturbo? ”
“No. ”
Ci fu un silenzio.
Poi lui parlò. “Volevo solo dirti che ho saputo che il divorzio è definitivo. E volevo chiederti… come stai?
”
Margherita guardò fuori dalla finestra. Il sole entrava in cucina e illuminava il tavolo vuoto. “Sto bene, Andrea. Sto davvero bene.
”
“Ne sono contento. ”
“Tu? ”
Lui esitò. “Sto scoprendo alcune cose.
Forse è tardi, ma le sto scoprendo. ”
Margherita non chiese altro. Non chiese della donna delle fotografie, né del perché fosse finita, né se fossero ancora insieme. Non le interessava più.
“Ti ringrazio per la telefonata”, disse. “Ma penso che sia meglio se non ci sentiamo più. ”
“Lo capisco. ”
“Buona vita, Andrea.
”
“Anche a te, Margherita. ”
Chiuse la chiamata e posò il telefono sul tavolo. Rimase seduta in cucina con la tazza di caffè tra le mani, senza fretta. Fuori, il quartiere si svegliava piano, con le saracinesche che si alzavano e il rumore di una bicicletta che passava lungo la strada.
E Margherita rimase lì, in silenzio, nell’unica casa che era davvero sua. Non sentiva rabbia. Non sentiva nostalgia.
Sentiva un peso sottile, chiaro, che si era finalmente sciolto, lasciando spazio all’aria e alla luce di una domenica qualunque.


