Per anni ho sognato una vita che non mi apparteneva. Una vita dove i miei genitori mi amavano quanto amavano mia sorella. Una vita dove non ero la figlia sbagliata, quella scura, quella con gli occhi marroni della nonna che tutti consideravano pazza. Mi chiamo Alessia, ho 33 anni e sono un’insegnante di scuola elementare.

Per molto tempo sono stata anche il bancomat della mia famiglia. Sono cresciuta a Torino, in un appartamento di tre stanze dove l’amore era razionato come il pane durante la guerra. Mia madre Giuliana e mio padre Stefano hanno sempre avuto un debole per Federica, la mia sorella minore, bionda e con gli occhi azzurri, arrivata tre anni dopo di me. Io ero la figlia scura, quella con gli occhi castani ereditati dalla nonna Margherita, la donna che mia madre odiava e definiva pazza.
Federica poteva fare qualsiasi cosa: arrivare tardi, uscire con chi voleva, abbandonare gli studi. Io invece dovevo essere perfetta, studiare, lavorare e contribuire alle spese di casa già a sedici anni. Ricordo perfettamente il giorno in cui tutto è iniziato. Avevo ventitré anni, mi ero appena laureata in lettere e avevo trovato il mio primo lavoro come insegnante supplente.
Ero tornata dai miei genitori per una cena di famiglia. Federica, che all’epoca ne aveva venti, era sdraiata sul divano con le unghie appena fatte, incollata alla televisione. Mia madre ha posato una pila di bollette sul tavolo. “Alessia, Federica ha bisogno di aiuto con l’affitto.
Visto che ora lavori, puoi darle cinquecento euro al mese. ”
Non era una domanda. Era un’aspettativa. Ho guardato mia sorella, che non ha nemmeno alzato gli occhi dallo schermo.
“Mamma, guadagno milleduecento euro al mese. Se do cinquecento a Federica, come pago il mio affitto e le mie spese? ”
Mio padre ha sbattuto il pugno sul tavolo. “Sei egoista!
Tua sorella ha bisogno di aiuto e tu pensi solo a te stessa? ”
“Perché Federica non cerca un lavoro? ”
Federica ha parlato con quella vocina da bambina viziata che usava sempre quando voleva qualcosa. “Io non sono brava a lavorare come te, Ale.
Ho bisogno di tempo per trovare me stessa. ”
Trovare se stessa a vent’anni, mentre io a sedici lavoravo già in una pizzeria nel fine settimana. Ho ceduto, come sempre. Ho dato a Federica cinquecento euro quel mese, e il mese dopo, e quello dopo ancora.
Per due anni ho vissuto in un monolocale minuscolo, mangiando pasta al pomodoro per cena, mentre Federica occupava un bilocale carino, usciva ogni sera, si faceva le unghie e comprava vestiti firmati. Ogni volta che provavo a dire no, i miei genitori mi bombardavano di chiamate. “Sei una figlia ingrata! Dopo tutto quello che abbiamo fatto per te!
Tua sorella è fragile, ha bisogno di sostegno! ”
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è arrivata quando avevo ventinove anni. Avevo finalmente ottenuto un posto fisso come insegnante e, dopo anni di sacrifici, ero riuscita a comprare un piccolo appartamento alla periferia di Torino. Niente di lussuoso, circa cinquanta metri quadrati, ma era mio.
Il giorno della firma ho pianto di gioia. Una settimana dopo, durante la solita cena domenicale, mia madre ha fatto il suo annuncio con un sorriso raggiante. “Alessia, abbiamo una notizia meravigliosa. Federica si sposa.
”
Ho posato la forchetta. Federica, a ventisei anni, non aveva mai avuto un lavoro stabile. Viveva ancora con i soldi miei e dei nostri genitori. Ma si sposava.
“Congratulazioni”, ho detto forzando un sorriso. “Quando? ”
“Tra sei mesi”, ha risposto Federica, illuminandosi. “E vogliamo un matrimonio da favola.
Il ricevimento sarà a Villa Reale, trecentocinquanta invitati. Il vestito l’ho già scelto, costa ottomila euro. E poi c’è il catering, i fiori, la band.
”
Mio padre mi ha guardato con org