Sono rientrato a casa e l’ho trovata vuota. Sul muro dell’ingresso, all’altezza dei miei occhi, c’era un biglietto attaccato con il nastro isolante. La scrittura era quella di mia nuora, Patrizia: “Non ci cerchi, papà. Abbiamo bisogno di ricominciare da zero, senza pesi.

”
Così mi chiamavano, “senza pesi”. Io, che gli avevo dato un tetto, che avevo venduto la mia farmacia per pagare i debiti di gioco di mio figlio, che avevo cresciuto i miei nipoti mentre lei faceva finta di essere depressa. Mi avevano portato via tutto: il divano di velluto verde, le tende, perfino le lampadine. Avevano lasciato solo i miei vestiti, buttati in sacchi neri come stracci.
Non era tristezza quello che provavo. Era una furia bianca, bollente. Mi sedetti sul pavimento di cotto e pensai che avevano scommesso sulla mia fine. Credevano che con i capelli bianchi fosse svanito anche il mio cervello.
Ma si erano scordati una cosa fondamentale: ero stato farmacista per quarant’anni. So pesare, so misurare, e soprattutto so osservare. Mi alzai, andai nella dispensa e feci leva su un’asse del pavimento con una limetta. Sotto, in una cassetta di metallo arrugginita, c’era il tesoro che mia moglie Cesarina aveva nascosto per anni: monete d’oro, marengo e sterline.
Mezzo milione di euro, forse di più. Me lo misi in valigia, strappai il biglietto di Patrizia e lo infilai in tasca. Quello sarebbe stato il mio combustibile. Uscii di casa.
Non avevo intenzione di piangere né di chiedere pietà. Presi un taxi e chiesi all’autista di portarmi all’Hotel Principe, il più elegante della città. Lui mi guardò con scetticismo, pensando che fossi un poveraccio. Ma quando misi i contanti sul bancone della reception, l’atteggiamento cambiò all’istante.
“A nome di chi registro la camera? ” mi chiese la ragazza. “Monteverdi. Alfredo Monteverdi”, risposi.
Non ero più l’Alfredo di nessuno. Da quel giorno iniziai la mia riscossa. Con l’oro comprai il debito che mio figlio aveva con uno strozzino di nome Ferro. Diventai il titolare di quelle cambiali.
Poi comprai, attraverso una società fantasma, la casa dove abitavano. Controllavo il loro tetto e il loro debito, e loro non lo sapevano. Per due settimane non feci nulla. Poi, quando Patrizia organizzò la cena inaugurale per impressionare le vicine, feci staccare la luce per “un guasto tecnico”.
La sua serata perfetta andò in fumo davanti a tutti. Cominciai a mandare i recuperatori a chiamare Massimo al lavoro. Poi gli feci pignorare lo stipendio. Lo licenziarono.
Quando arrivò il momento, convocai entrambi a casa loro. Entrai senza bussare, con il mio cappotto color cammello e il bastone dall’impugnatura d’argento. Li trovai pallidi, terrorizzati. Non mi riconoscevano.
“Buonasera, Massimo. Mi fate entrare in casa mia, o devo aspettare fuori come un pezzente? ”
Lui balbettò, lei si mise le mani alla bocca. Tirai fuori una moneta d’oro e la feci girare sul tavolino di cristallo.
“Tua madre ne ha messe da parte cinquanta, sotto il pavimento della dispensa. Ci sono stato seduto sopra mentre mi facevate sentire un inutile. ”
Piansero, implorarono. Mi raccontarono che erano disperati, che mio figlio aveva mentito dicendo che ero malato per non pagare l’affitto.
Ma io non ero lì per pietà. Avevo un piano. “Restate in questa casa, ma con le mie condizioni”, dissi. “Il debito con Ferro ora è mio.
Pagherete fino all’ultimo centesimo. Massimo, domani cominci a lavorare come magazziniere. Patrizia, al supermercato cercano una cassiera. Il settanta per cento del vostro stipendio andrà a me.
E i miei nipoti li vedrò ogni settimana. ”
Massimo cercò di avvicinarsi per abbracciarmi, ma alzai il bastone e glielo puntai al petto. “No, non ancora. Gli abbracci si guadagnano, Massimo.
Il perdono si lavora. Oggi abbiamo fatto solo affari. ”
Sei mesi dopo, a Natale, li invitai all’Hotel Principe. Massimo aveva i calli sulle mani, Patrizia un vestito nero semplice con un colletto di pizzo bianco cucito da lei.
Li osservai mentre mangiavano, timorosi ma vivi. Alla fine, al posto dell’oro, diedi loro un’assicurazione sulla vita per proteggere i nipoti, e a Patrizia un corso di alta sartoria. “La bellezza finisce, figliola. Il mestiere resta.
”
Quando se ne andarono, rimasi solo davanti alla finestra. Strinsi la mia moneta portafortuna e pensai al biglietto crudele. “Speriamo che trovi la sua strada. ” L’avevo trovata, sì.
Ed era una strada lastricata d’oro puro e volontà di ferro. Non ero più il vecchio mobile nell’angolo. Ero il sole attorno al quale giravano quei pianeti smarriti.


