Il profumo dei gigli riempiva la stanza, ma Isabella non lo sentiva più. Era lì, davanti allo specchio, nel suo abito Valentino tempestato di cristalli, con il cuore che batteva così forte da sembrare voler uscire dal petto. Ma non era più per la felicità di sposare Alessandro. Era per il terrore.

Aveva sentito tutto, nascosta dietro la porta socchiusa del salottino. La voce di Lucrezia, la sua futura suocera, che parlava della lettera di trasferimento dei beni. La voce di Giorgio, suo padre, che ipotizzava un guasto ai freni per suo padre. E la voce di Alessandro, l’uomo che amava, che la chiamava “stupida donna”.
Un messaggio da un numero sconosciuto quella mattina l’aveva messa in allarme: “Non tutto ciò che luccica è oro”. Lo aveva cancellato, pensando fosse uno scherzo. Ma le parole di suo marito, pronunciate con tanta arroganza, erano state la conferma che aveva cercato di ignorare. Aveva registrato tutto con il telefono.
Ogni parola, ogni piano, era lì, salvato nella memoria. Poi, senza esitare, si era strappata lo strascico dell’abito, si era tolta le scarpe ed era scappata attraverso la porta di servizio, lasciando dietro di sé l’altare, i fiori e il sogno che si era infranto. Ora, nel seminterrato dell’hotel, abbracciata a sua madre, guardava suo padre, Pietro, in ascolto della registrazione. Il suo viso era diventato di marmo, la sua mascella serrata.
Quando la voce di Lucrezia aveva pronunciato la parola “incidente”, sua madre aveva lasciato sfuggire un grido. Pietro, però, non aveva detto nulla. Aveva solo guardato Isabella e aveva promesso: “Non ti toccheranno. Non toccheranno questa famiglia.
”
Nel giro di poche ore, l’avvocato Moretti e la Guardia di Finanza erano entrati nella sala da ballo dell’hotel, davanti a tutti gli ospiti. Le manette erano scattate sui polsi di Alessandro, di Lucrezia e di Giorgio, mentre i flash dei fotografi immortalavano la loro caduta. Una settimana dopo, seduta nel salotto di casa sua, Isabella guardava il notiziario che annunciava il congelamento di tutti i beni della famiglia Conti. Suo padre le aveva detto che era l’eroina della famiglia.
Sua madre le aveva accarezzato la schiena. Isabella, per la prima volta in sette giorni, aveva sorriso. Quella sera, prima di dormire, prese il telefono. Una per una, cancellò tutte le foto con Alessandro.
Poi bloccò il suo contatto, premendo il pulsante con un gesto deciso. Uscì sul balcone, respirando l’aria fresca della notte milanese. In lontananza, le luci della città scintillavano. Non aveva bisogno di un principe azzurro.
Si era salvata da sola.


