La vernice è ancora umida, si vede dal riflesso sulla cassa armonica. Passo il pollice sul bordo e sento il confine tra ciò che è protetto e ciò che è ancora esposto. Un liutaio lo sa, un padre dovrebbe saperlo. Fuori, il cielo delle Marche è quel grigio che non è pioggia né sole, il grigio di chi aspetta.

Io aspetto da ventisei mesi. La fisarmonica sul banco è una Victoria del 1962, trovata in una soffitta a Loreto con tre ance spezzate e un mantice che perdeva aria. Sto cercando di riportarla in vita, perché è l’unica cosa che so fare davvero bene: dare voce a strumenti abbandonati. Il diapason è lì, sul bordo del banco, un la a 440 hertz.
Il suono più onesto che esista, perché non mente mai. Non importa se tuo figlio ti ha distrutto la vita: il la è sempre il la. Io ho cinquantadue anni e una schiena segnata da trentaquattro anni di lavoro e ventisei mesi in una cella di tre metri per due, a Pesaro, per un reato che non ho commesso. Ma non è di questo che voglio parlare.
Voglio parlare della vernice e del suono, e di come certe cose si possono riparare e certe no. Un martedì di aprile, la porta del laboratorio si aprì. Era Ettore. Non lo vedevo da quando il tribunale aveva emesso la sentenza.
La sua voce era quella di un mantice che perde aria. Mi disse che doveva raccontarmi la verità. Mi disse che Gioia, sua moglie, aveva usato cocaina da prima che si conoscessero. Che la dipendenza era nascosta, che lui l’aveva scoperta dopo il matrimonio, tra le scatole di medicinali nell’armadio del bagno.
Mi disse che l’aveva convinta ad andare da uno specialista ad Ancona, che lei aveva smesso per qualche mese e poi aveva ricominciato. Mi disse che la gravidanza non aveva fermato niente, che Gioia aveva continuato a usare durante la gestazione, credendo che piccole quantità non facessero male. Mi disse il giorno dell’aborto, il giorno in cui Gioia perse la bambina, la mia nipotina. Mi disse che Gioia era caduta in bagno, da sola, sotto l’effetto di qualcosa presa quella mattina.
Mi disse che quando arrivò in ospedale e vide la cartella clinica, capì tutto. E in quel corridoio, su una sedia arancione, prese una decisione: proteggere Gioia, proteggere la madre della figlia che avevano perso, a ogni costo. Doveva cadere la colpa su qualcun altro. Il più accessibile, il più credibile, il più sacrificabile ero io: suo padre, il liutaio nervoso che si lamentava dei soldi.
Ettore mi raccontò tutto guardando le mie mani, senza alzare gli occhi. Quando finì, il laboratorio era pieno di un silenzio che conteneva tutto ciò che era stato detto e tutto ciò che non sarebbe mai stato sufficiente. Dissi una cosa che non avevo pianificato: “La prima. La bambina è morta per la cocaina.
” Ettore non rispose. Il suo silenzio era la risposta. Mi alzai, andai alla finestra. Pensai a Viola, che dormiva a cinquecento metri da lì, nella stessa casa dove sua madre era caduta.
Pensai che aveva gli occhi da lupo e che meritava un nonno. E pensai che potevo distruggere Ettore: avevo la confessione verbale che Rinaldo aveva sentito dalla porta, potevo ottenere i documenti medici. Ma distruggere Ettore significava togliere a Viola l’unico genitore che le restava. Significava fare a Viola quello che Ettore aveva fatto a me.
Il diapason era sul banco. Il la non cambia. Ma la scelta di un padre dipende da troppe variabili. Non denunciai Ettore.
Non andai dalla polizia né da un avvocato. Il giorno dopo la sua confessione, trovai una busta sulla porta del laboratorio. Conteneva un fascicolo che Gioia aveva lasciato in un cassetto prima di morire: una lettera scritta a mano, indirizzata a me. Tre pagine.
Dentro c’era la verità, tutta la verità che il tribunale non aveva mai sentito. E una frase che non riesco a togliermi dalla testa: la mattina in cui era venuta da me a chiedere cinquemila euro, servivano per una clinica privata di disintossicazione a Fano. Io rifiutai senza spiegazione perché non sapevo perché servivano. Non aveva avuto il coraggio di dirmelo.
Cinque giorni dopo perse la bambina. Scriveva: “Se quel giorno mi avessi dato quei soldi, forse sarei andata a Fano e forse la bambina sarebbe viva. ”
Non sto dicendo che fu colpa mia. Non lo fu.
I soldi senza spiegazione non sono una richiesta, sono un problema. Lo rifarei. Ma quella frase non mi lascia dormire, perché le cose che non sono colpa tua ma che avresti potuto evitare fanno più male di tutte. Rinaldo mi dice che sbaglio, che non posso portarmi addosso un peso che non è mio.
Ha ragione. Ma le ragioni non cancellano le frequenze, e quella del “forse” è la più crudele. Dopo aver letto la lettera, presi una decisione, come un liutaio valuta ogni tolleranza. Non avrei cercato giustizia né vendetta né riabilitazione del mio nome.
Avrei cercato una cosa sola: Viola. Avrei cercato di essere il nonno di Viola, di ricucire la catena che Ettore aveva spezzato, attraverso la bambina. Non so se è perdono. Non credo.
Il perdono presuppone liberare l’altro dalla colpa, e io non l’ho liberato. La colpa è ancora lì, come un’ancia stonata in una fisarmonica che per il resto suona bene. La sentiamo entrambi, non ne parliamo, non la ripariamo. Perché a volte non puoi accordare tutto.
Suoni lo stesso, con quella nota sbagliata nel mezzo. Ettore non mi ha mai chiesto perdono formalmente. Non gli ho mai detto “ti perdono” perché non so se è vero. Ma Viola viene al laboratorio.
Ha due anni e mezzo, le dita più curiose che abbia mai visto. Il mese scorso si è infilata nel mantice di una Pigini che stavo riparando e ho dovuto estrarla mentre lei rideva. Le ho dato il diapason, quello che ha battuto sul ginocchio il primo giorno. Adesso lo porta sempre con sé, nella tasca del giubbotto.
Lo batte sulla panchina del parco e dice: “Nonno, ascolta”. Ed è debole e impreciso e perfetto. Sto finendo la Victoria. Prendo lo strumento, infilo le braccia nelle cinghie, apro il mantice.
Il primo respiro di una fisarmonica riparata è il momento in cui lo strumento dice: “Eccomi, sono ancora qui”. La Victoria suona bene, non perfettamente, perché perfetto non esiste. Le note escono pulite, il mantice è stabile. Smetto di suonare, prendo il diapason, lo batto sul tavolo.
Il la risuona e lo appoggio sulla cassa armonica. La cassa non produce il suono: lo amplifica. Forse è questo che fa un nonno: prende la vibrazione che già esiste nel bambino e la rende udibile al mondo. Non so se ho fatto la cosa giusta.
Forse un uomo più forte avrebbe denunciato, avrebbe portato la lettera in tribunale e detto: “Guardate la verità”. Ma io non sono quell’uomo. Sono un liutaio che sa riparare strumenti abbandonati. E forse è esattamente quello che sto facendo.
Fuori si fa buio. Domani aprirò la serranda e comincerò un altro strumento. Venerdì Ettore porterà Viola, come fa adesso. Entrerà con gli occhi da lupo e il diapason in tasca, si siederà sullo sgabello di mio padre.
E forse un giorno le metterò lo Scandalli sulle ginocchia e le insegnerò la notte di Castelfidardo, nota per nota. E il suono sarà stonato e io le dirò quello che dissi a Ettore quando aveva sei anni: non importa se è stonato, importa che respiri. Prendo il diapason, lo batto un’ultima volta. Il la risuona, rimbalza sulle pareti, si infila tra le ance e i mantici.
Per un momento, il laboratorio intero canta. Poi il silenzio che resta non è quello del carcere né dell’ospedale. È il silenzio di un uomo che ha ancora le mani per lavorare, una nipote che viene il venerdì e un diapason che non mente mai. E forse è abbastanza.
O forse no. Ma il mantice respira, e se respira, il suono arriva. Prima o poi arriva.


