L’ingresso, dove di solito stava il mobile con lo specchio e il portaombrelli di ceramica, era deserto. Restava solo il segno rettangolare sulla parete, un fantasma di polvere dove lo specchio era rimasto appeso per vent’anni. Era attaccato con un pezzo di nastro isolante nero all’altezza dei miei occhi. Dal primo giorno che entrò in questa casa, mi guardò come si guarda un mobile vecchio che ingombra nell’arredamento moderno.

“All’Hotel Principe di Savoia”, dissi. Avevo 78 anni, forse me ne restavano cinque, dieci o venti, se avevo la genetica di mio zio Battista che era arrivato a cento. Arrivammo all’albergo. Feci il calcolo mentale rapido, aggiustando all’inflazione e al prezzo di mercato che avevo sentito alla radio qualche giorno prima.
Per il mondo un uomo anziano è un ingombro, un mobile o nel migliore dei casi un nonnino tenero che gioca a carte al bar e non capisce niente. Il suo tono cambiò all’istante, diventò untuoso, stucchevole. “Mi permetta di vedere. ” La moneta valeva almeno seimila al cambio attuale.
“Cinquemila”, disse ormai senza la voce melliflua. “Seimila in contanti, banconote grosse e ne ho altre due qui con me. ” Se tenti di rubarmi un solo euro, andrò da Ferretti, quello all’angolo, che mi ha sempre fatto il prezzo giusto. No, la vendetta è un piatto che si serve freddo e io avevo la pazienza di chi ha aspettato tutta una vita.
“No, Caruso, sto meglio che mai, ma ho bisogno dei tuoi servizi. ” Ferro era uno strozzino dei quartieri bassi che chiedeva interessi del venti per cento al mese e se non pagavi ti riscuoteva con la salute delle ginocchia. Cinquantamila euro per il deposito della casa, il furgone del trasloco e per comprare un salotto minimalista che la signora voleva. “So che le deve cinquantamila più interessi e so che lei non ha la pazienza di riscuotere da un morto di fame che non ha dove cadere morto.
Voglio comprarle le cambiali, le do il capitale intero adesso. ” Adesso legalmente Massimo mi doveva fino all’aria che respirava, ma non glieli avrei riscossi subito. Oh no, avrei lasciato che il debito maturasse come un buon Barolo o come un veleno lento. “Il mio cliente chiede duecentocinquantamila.
” Gliene do centottantamila in contanti. Centottantamila era basso, ma l’offerta di contanti immediati è il canto delle sirene degli affari immobiliari. No, non avvisate gli inquilini. Ma i mobili no.
No, oggi cammino. No, avvocato, voglio che gli dica che il proprietario dell’immobile, il presidente di Investimenti la Farmacia, verrà personalmente a ispezionare l’immobile prima di firmare l’ordine di sfratto. Mi diressi al divano, quel mobile grigio e moderno che avevano comprato coi soldi dello strozzino, e mi sedetti al centro come un re sul trono. Obbedirono all’istante, cadendo su due sedie da pranzo davanti a me, come bambini sgridati nell’ufficio del preside.
“E quando avete creduto che non mi fosse rimasto niente, mi avete buttato nella spazzatura come un mobile vecchio. Hai detto all’amministratore che non potevi pagare l’affitto perché tuo padre era molto malato. ”
Fece un cenno all’avvocato Barretti. “I cinquantamila più interessi che dovevate a Ferro, adesso li dovete a me e me li pagherete fino all’ultimo centesimo.
Al supermercato all’angolo cercano una cassiera. ” “No”, dissi dolcemente, “non ancora. Sarà all’Hotel Principe, cercate di avere dei vestiti decenti per allora. ”
“All’albergo, per favore”, dissi all’autista, “immemta della musica, qualcosa di allegro.
” Sono passati sei mesi da quando ho deciso di smettere di essere il vecchio mobile per diventare il padrone della scacchiera. “Profumo di successo, tesoro mio”, le sussurrai all’orecchio. All’inizio si sentiva solo il tintinnio delle posate d’argento contro la porcellana.
Per la prima volta in decenni non mi sentii il mobile vecchio nell’angolo.


