Il 17 gennaio 2024, alle 7:34 del mattino, il mio orologio a pendolo Kieninger del 1971 si fermò. Non si era mai fermato in 32 anni. Ero in cucina, preparando il caffè, quando il silenzio mi colpì come uno schiaffo. Il ticchettio era scomparso.

Il pendolo era immobile, la lancetta dei secondi bloccata tra il 7 e l’8. Per un orologiaio come me, quello significava una sola cosa: qualcosa si era rotto dentro. Non sapevo ancora che quel pendolo fermo era un presagio. Mi chiamo Erasmo Comploi, ho 66 anni, e per 42 anni ho vissuto tra ingranaggi e bilancieri.
Il mio laboratorio era al piano terra della casa, dove un tempo c’era la stalla dei nonni. Lì restauravano orologi da tutta Europa. Dicevano che avevo le mani di un chirurgo e la pazienza di un monaco. Il tempo, per me, non è un concetto astratto: è un meccanismo.
E se un solo pezzo si rompe, tutto si ferma. Quella mattina, mentre il pendolo taceva, sentii passi pesanti al piano di sopra. Era mia nuora, Desiré. Era arrivata dalla Francia quattro anni prima, quando mio figlio Mattia l’aveva portata a casa dicendo che era l’amore della sua vita.
Io ero stato contento, pensavo che la casa avrebbe ripreso a vivere. Mi ero sbagliato. Desiré lavorava nel settore immobiliare, o almeno diceva di lavorarci. Passava le giornate al telefono, fumando sul balcone e calcolando il valore di ogni metro quadro.
Il primo giorno che entrò in casa, vidi nei suoi occhi il luccichio di chi valuta un meccanismo non per la sua bellezza, ma per il prezzo dei suoi componenti. Non dissi nulla. Un orologiaio non parla, osserva. Per quattro anni la osservai convincere Mattia a lasciare il suo lavoro di geometra, a chiedere un prestito per un appartamento, a pensare che la mia casa valesse una fortuna se solo io avessi accettato di venderla.
La osservai e non dissi nulla. Stavo ancora studiando il meccanismo, cercando di capire se il difetto era riparabile. Non lo era. Lo capii quella mattina, quando il pendolo si fermò e Desiré scese le scale.
Indossava una vestaglia grigia, aveva gli occhi gonfi di rabbia. Mi chiamò per nome, non mi chiamava mai papà. “Erasmo, dobbiamo parlare. ” Versai il caffè nella mia tazza.
“Buongiorno, Desiré. Il caffè è pronto? ” “Non voglio il caffè. Voglio parlare della casa.
”
La casa. Sempre la casa. Per quattro anni ogni conversazione finiva lì. “La casa non è in vendita”, dissi, con la stessa calma con cui sostituisco un rubino consumato.
Desiré fece un passo verso di me. “Erasmo, ascoltami bene. Mattia e io abbiamo un debito di 180. 000 euro con la banca.
Il progetto dell’appartamento è andato male. Se non paghiamo entro aprile, ci porteranno via tutto. Anche la tua preziosa bottega. ”
Bevvi un sorso di caffè.
“Mattia non mi ha parlato di questo debito. ” “Mattia non ti parla di niente perché ha paura di te. Ha paura di deluderti, ha paura che tu lo giudichi come un meccanismo difettoso. ” Quella frase mi colpì, perché conteneva una verità che non volevo ammettere.
Ma non era il momento per le riflessioni. “Il debito di Mattia non è il mio debito”, dissi. “E questa casa non è una moneta per pagare i debiti degli altri. ” Allora Desiré posò le mani sul piano di lavoro.
“Tu sei seduto su una miniera d’oro e ti rifiuti di scavare perché sei attaccato ai tuoi giocattoli. Sai quanto vale questo terreno? Mezzo milione di euro. E tu preferisci giocare con le rotelline e le mollette come un bambino.
”
Le rotelline e le mollette. Così chiamava 42 anni della mia vita. Posai la tazza. “Desiré, ti chiedo di uscire dalla mia cucina.
” Non uscì. Si avvicinò, il suo viso a pochi centimetri dal mio. “Non esco. Sono stufa di vivere in questa baita polverosa con un vecchio che parla con gli orologi.
Se non firmi quei documenti entro stasera, il prossimo passo non sarà una conversazione. ”
Stavo calibrando la gravità della situazione, come calibro la tensione di una molla. Volevo sapere quanto mancava al punto di rottura. Mancava poco.
Desiré alzò la mano e mi schiaffeggiò. Il colpo arrivò sulla guancia sinistra, l’anello con lo zaffiro graffiò la pelle. Il rumore fu secco, come un vetro di orologio che si spacca. Sentii un dolore acuto, preciso.
Il rapporto tra me e quella donna si era appena frantumato. Girai lentamente la testa verso di lei. Non portai la mano alla guancia. Un orologiaio non tocca il danno prima di averlo analizzato.
Desiré respirava forte, aspettava la mia reazione. Voleva che gridassi, che la afferrassi, che le dessi il pretesto per chiamare i carabinieri. Non le diedi il caos. Le diedi il silenzio.
Fu la cosa più difficile della mia vita. Raccolsi la tazza, bevvi un altro sorso. Il sangue in bocca si mescolò al caffè. “Grazie”, dissi.
Desiré sbatté le palpebre. “Che cosa? ” “Grazie. Adesso so tutto quello che dovevo sapere.
” Mi girai, posai la tazza nel lavandino e uscii dalla cucina. Sentii Desiré immobile, confusa. Il mio ringraziamento la terrorizzava più di qualsiasi urlo. Entrai nel laboratorio e chiusi la porta.
Il mio santuario, 32 metri quadrati di banchi in noce, utensili di precisione, lenti di ingrandimento. Sul banco c’era un Vacheron Constantin del 1889, smontato in 164 pezzi. Mi sedetti, accesi la lampada. Le mie mani non tremavano.
Le mani di un orologiaio non tremano mai. Lavorai per tre ore, rimontando il meccanismo pezzo per pezzo. Ogni ingranaggio che tornava al suo posto era un atto di ordine in un mondo che crollava. Quando inserii il bilanciere e vidi la piccola ruota oscillare, sentii chiarezza.
Avevo 66 anni. La donna di mio figlio voleva vendermi la casa da sotto i piedi. Ero stato schiaffeggiato. Mio figlio non sapeva niente, o fingeva di non sapere.
Ma avevo un nipote di quattro anni, Tobias, che veniva nel laboratorio ogni sabato e mi guardava con occhi grandi come quadranti. Pensai a lui, e il meccanismo della mia decisione scattò. Non potevo lasciare che quella donna distruggesse il mondo che avevo costruito. Non per me.
Per Tobias. Aprii il cassetto e tirai fuori il mio registro di restauro. Sotto l’ultima annotazione scrissi una lista: cucinare, telefonare a Meinrad, preparare la busta, non dire una parola fino alle 7:00. Chiusi il quaderno.
Guardai il pendolo fermo sulla parete. Un meccanismo fermo non è morto, è solo in attesa di essere riparato. Salii le scale. La casa era silenziosa.
Desiré era uscita, Mattia al lavoro, Tobias all’asilo. In bagno, mi guardai allo specchio. La guancia era rossa, con un segno lineare dove l’anello aveva graffiato. Lo pulii, applicai una crema antisettica.
L’uomo che mi guardava aveva 66 anni, e un segno rosso che non era una ferita. Era una firma, la firma di Desiré sul contratto della mia decisione. Presi il telefono e composi il numero di Meinrad Hofer, il mio più vecchio amico, notaio a Bolzano. “Erasmo?
Sono le 10 del mattino. Tu non chiami mai prima di mezzogiorno. Che succede? ” “Ho bisogno di te.
Oggi, prima di stasera. ” Ci fu una pausa. “Dimmi. ” “Quel testamento che avevamo discusso l’anno scorso, quello con la clausola di protezione patrimoniale.
Attivalo. Voglio trasferire la proprietà della casa e del terreno a un fondo vincolato per Tobias. Voglio che Mattia non possa accedervi fino a che Tobias non avrà 25 anni. E voglio che Desiré non possa toccare neanche un centimetro di questa proprietà.
” “Erasmo, sei sicuro? È irreversibile. ” “Lo so. ” “E Mattia?
” “Lo so anche questo. ” “Vuoi dirmi perché? ” Toccai la guancia. “Vieni qui alle 3:00.
Ti mostro. ” Meinrad capì. “Alle 3:00”, disse, e riattaccò. Posai il telefono.
Il caffè di Mattia era ancora lì, nella tazza blu con il manico scheggiato, freddo e intatto. Lo versai nel lavandino. Mi rimboccai le maniche. Avevo un banchetto da preparare.
Nella dispensa trovai la farina di segale per lo Schüttelbrot, lo speck stagionato, i canederli secchi, la carne per il gulasch. Cominciai a cucinare. Tagliai le cipolle, molte, perché il gulasch tirolese è prima di tutto una zuppa di cipolle. Le lasciai cuocere a fuoco lento, il loro sfrigolio mi calmava.
Tagliai la carne in cubi regolari, la rosolai nel burro. Il profumo riempiva la casa, un profumo che apparteneva a queste montagne, a questa cultura che Desiré non capiva. Per lei era solo terreno edificabile. Per me era il luogo dove ogni odore raccontava una storia.
Mentre il gulasch cuoceva, preparai i canederli, lo Schüttelbrot, l’insalata di patate. Ogni gesto era un rituale, un ritmo antico che veniva dalle nonne di queste valli. Alle 11:30 mi sedetti al tavolo e scrissi una lettera. Non una lettera di addio, ma un inventario.
Elencai tutti i 37 orologi che si trovavano nel mio laboratorio, con i nomi dei proprietari e lo stato dei restauri. Ogni riga era una responsabilità, una promessa da mantenere. Piegai il foglio e lo misi in una busta, indirizzata a Meinrad, con l’istruzione di consegnare gli orologi al collega Wilhelm Reich di Merano. Alle 13 sentii la porta aprirsi.
Era Mattia. Entrò in cucina, vide i fornelli accesi, il gulasch che sobbolleva. “Papà, stai cucinando? Ma non è domenica.
” “No, non è domenica. ” Mi guardò più attentamente, vide il segno sulla mia guancia. Il suo sguardo si fermò lì per un secondo, poi lo archiviò. “Ti sei fatto male?
” “Mi sono graffiato con uno sportello. ” La bugia uscì leggera. Mattia annuì, non indagò. Si sedette al tavolo e cominciò a sfogliare il telefono.
“Che cucini di buono stasera? ” “Un banchetto. Ho invitato Meinrad e sua moglie Elke. ” Mattia alzò gli occhi.
“Meinrad, il notaio? ” “Meinrad, il mio amico. ” “Ah. ” Tornò al telefono.
Non gli importava. Alle 15 arrivò Meinrad, puntuale come un meccanismo svizzero. Lo feci entrare nel laboratorio. Guardò i 37 orologi sui vassoi, poi la mia guancia.
“Erasmo”, disse in tedesco. “Chi è stato? ” “Desiré. ” Meinrad non reagì.
Aprì la cartella e tirò fuori i documenti. “Raccontami tutto. ” Raccontai. I quattro anni di pressioni, i debiti, lo schiaffo.
Raccontai con la voce piatta di un orologiaio che descrive un meccanismo difettoso. Quando finii, Meinrad annuì. “Ho portato tre documenti. Il primo è il trasferimento della proprietà al fondo vincolato per Tobias.
Il secondo è la modifica del testamento che esclude Mattia dall’eredità diretta. Il terzo è una procura speciale che autorizza me come notaio a gestire tutte le questioni patrimoniali. ” Li lessi uno per uno, con attenzione per ogni clausola. “C’è una cosa che devo chiederti”, disse Meinrad.
“Stasera a cena, cosa hai intenzione di fare? ” Lo guardai. “Cucinare. Servire.
E alla fine, quando saranno tutti seduti al tavolo, presenterò il quarto invitato. ” “Il quarto invitato? ” “Te. Ti alzerai dalla tua sedia e ti siederai alla capotavola, al mio posto, e leggerai i documenti ad alta voce.
” Meinrad mi fissò a lungo, poi sorrise. “Erasmo, sei il bastardo più paziente che abbia mai conosciuto. ” “Sono un orologiaio. La pazienza è il mio mestiere.
”
Firmammo i documenti. Meinrad appose il timbro notarile. La casa, il terreno, il laboratorio: tutto era ora nel fondo vincolato per Tobias Comploi, quattro anni, che in quel momento giocava all’asilo senza sapere che suo nonno gli aveva appena regalato il futuro. Meinrad se ne andò alle 16:00.
“Alle 19:30”, disse. “Non fare tardi. ” “Sono un orologiaio, Meinrad. Non faccio mai tardi.
”
Tornai in cucina. Apparecchiai la tavola grande nel soggiorno, quella di noce massello che il nonno aveva costruito. Cinque piatti, cinque bicchieri, posate d’argento che erano appartenute alla madre di Agnese. Stasera era l’ultima cena in questa casa con queste persone.
Tirai fuori la tovaglia buona, quella bianca con il ricamo a punto croce che Agnese aveva fatto l’anno prima di morire. La stesi sulla tavola. Era il sudario di una vita che stava per finire e il battesimo di una vita che stava per cominciare. Accesi le candele.
Tre candelabri di ottone che avevo lucidato. La luce danzava sulle pareti di pietra. Controllai il gulasch: la carne si scioglieva, il sugo era denso e profumato. Assaggiai.
Era perfetto. Misi i canederli nel brodo, tagliai lo speck, preparai l’insalata. Guardai l’orologio: le 18:30. Un’ora alla cena, un’ora alla fine.
Andai in bagno, mi lavai le mani con cura. Mi cambiai: camicia bianca, pantaloni di lana grigia, giacca di velluto marrone. Mi guardai allo specchio. Il segno sulla guancia era ancora visibile.
Non lo coprii. Volevo che tutti lo vedessero, non come un’accusa, ma come un dato di fatto. Alle 19 sentii la porta. Mattia e Desiré tornavano con Tobias.
Tobias entrò di corsa. “Nonno! ” Lo presi in braccio. “Ciao, Tobias.
Stasera mangiamo i canederli. ” “I canederli! ” ripeté, come se fosse la notizia più bella del mondo. Desiré entrò, vide la tavola apparecchiata, le candele, l’argento.
Il suo sguardo passò dalla tavola a me. Stava calcolando. “Cos’è questa scena? ” “Una cena.
Ho invitato Meinrad e Elke. ” “Il notaio? ” Il suo tono cambiò. I suoi occhi si illuminarono.
“Hai invitato il notaio a cena? Perché? ” “Perché abbiamo cose da discutere. Sulla casa.
” Il luccichio divenne un bagliore. Desiré si avvicinò, mi mise una mano sul braccio. La stessa mano che mi aveva schiaffeggiato. “Erasmo, hai preso la decisione giusta.
È la cosa migliore per tutti. Vedrai, sarà un nuovo inizio. ” Non risposi. Un orologiaio non risponde quando il meccanismo non ha ancora finito di caricarsi.
Mattia entrò, vide la cena, vide sua moglie che sorrideva. Sembrò sollevato. Pensò che lo schiaffo avesse funzionato. Non sapeva che il perno si era spezzato, e quando un perno si spezza, il meccanismo non si piega: si ferma.
“Vai a cambiarti, Mattia. Meinrad arriva alle 19:30. ” Salirono al piano di sopra. Li sentii parlare a bassa voce in francese.
Non capii le parole, ma capii il tono: il tono di due persone che credevano di aver vinto. Mi sedetti in cucina, solo. Il gulasch borbottava, le candele brillavano. Andai nel corridoio, davanti al pendolo fermo.
Aprì lo sportello di vetro, presi il pendolo tra le dita e lo spinsi delicatamente. Il meccanismo riprese a vivere. Tic tac, tic tac. Il suono più familiare del mio mondo.
Il tempo ricominciava a scorrere, ma non era lo stesso tempo di prima. Alle 19:28 suonò il campanello. Meinrad arrivava sempre due minuti prima, per cortesia e per strategia. Aprì la porta.
Meinrad era lì con sua moglie Elke, una donna robusta e serena che insegnava pianoforte. “Buonasera, Erasmo”, disse Elke, e mi baciò su entrambe le guance. La sua guancia calda toccò il mio zigomo ferito. Fece una smorfia impercettibile.
Aveva visto, ma non disse nulla. Elke era come me: osservava prima di parlare. Li accompagnai nel soggiorno. La tavola era splendida nella luce delle candele.
Desiré scese le scale. Si era cambiata: indossava un vestito nero aderente, fuori luogo in una casa di montagna. Sorrideva, il sorriso di una donna che credeva di aver ottenuto ciò che voleva. Si avvicinò a Meinrad con la mano tesa.
“Meinrad, che piacere. ” Meinrad le strinse la mano. “Buonasera, signora Comploi. ” La chiamò signora Comploi, non Desiré.
Mattia scese dopo di lei, in camicia azzurra. Sembrava un ragazzo al primo colloquio di lavoro, nervoso, speranzoso, completamente ignaro. Ci sedemmo a tavola. Io a capotavola, come sempre.
Desiré alla mia sinistra, Mattia alla mia destra, Meinrad di fronte a me, con Elke accanto. Tobias era già a letto. Servii il primo piatto: canederli nel brodo caldo. Il vapore saliva come il respiro della montagna.
Desiré prese il cucchiaio. “Devo ammettere, Erasmo, che sai cucinare. Se ti mettessimo un grembiule e ti piazzassimo in una Gaststätte, faresti fortuna. ” La battuta era un insulto mascherato da complimento.
Non risposi. Mangiai il mio canederlo. Era il sapore della mia infanzia che mi diceva addio. Portai il secondo piatto: gulasch con crauti e insalata di patate, speck e formaggio Graukäse, Schüttelbrot croccante.
Era un banchetto tirolese completo, il tipo di cena che si prepara per le feste comandate o per i funerali. In un certo senso, era entrambe le cose. Desiré mangiava con appetito, la rabbia della mattina sostituita dall’euforia di chi pensa di aver vinto. Parlava con Elke di mercato immobiliare.
Elke ascoltava con cortesia educata. Mattia mangiava in silenzio, guardando il piatto, ogni tanto guardava me, cercando di leggere qualcosa nella mia espressione. Ma l’espressione di un orologiaio è un quadrante senza lancette. Meinrad non mangiava quasi, sorseggiava il vino.
Aspettava, come me, come un meccanismo caricato che attende il momento di scattare. Il dessert era uno strudel di mele, fatto con le mele della Val di Non, con la pasta tirata sottile. Era il dolce che Agnese faceva per il mio compleanno. Servii lo strudel.
Desiré ne prese una fetta grande. “Divino”, disse. E per la prima volta quella sera, il suo complimento sembrò sincero. Poi si appoggiò allo schienale, con un sorriso soddisfatto.
“Devo dire che finalmente papà ha capito il suo posto. ” Mi chiamò papà per la prima volta in quattro anni. E lo fece nel momento peggiore possibile, perché quella parola, pronunciata con quel tono di condiscendenza vittoriosa, suonò come il secondo schiaffo della giornata. Il primo era stato fisico, questo era verbale, e faceva più male.
Mattia sorrise, un sorriso debole, imbarazzato. Non la corresse. Posai il mio cucchiaio. Guardai Meinrad.
I nostri occhi si incontrarono. Il suo sguardo era una domanda, il mio una risposta. Meinrad posò il tovagliolo, si pulì le labbra, poi si alzò in piedi. Raccolse la sua cartella di cuoio e la posò sul tavolo, tra i piatti sporchi.
Il suono del cuoio sulla tovaglia fu secco e definitivo. Poi camminò lungo il lato del tavolo, passando dietro le sedie, fino alla capotavola. Si fermò accanto a me. Io mi alzai, dalla sedia dove avevo seduto per 42 anni di cene, di pranzi della domenica, di sere di Natale con Agnese.
Feci un passo di lato. Meinrad si sedette al mio posto, alla capotavola. Il silenzio che calò sulla stanza fu totale. Desiré smise di masticare.
La sua forchetta era sospesa a metà tra il piatto e la bocca. I suoi occhi verdi si spostarono da me a Meinrad. Il sorriso soddisfatto era sparito. Al suo posto c’era qualcosa che non le avevo mai visto: incertezza.
“Che succede? ” La sua voce era cambiata, acuta, metallica. Mattia si era pietrificato. “Erasmo”, disse.
“Perché Meinrad è seduto al tuo posto? ” Non risposi. Non era più il mio turno. Meinrad aprì la cartella, ne estrasse tre documenti, li posò sul tavolo uno accanto all’altro.
“Buonasera”, disse. “Mi chiamo Meinrad Hofer, sono notaio iscritto all’albo del distretto di Bolzano e sono il fiduciario designato del fondo patrimoniale Comploi. ” Desiré posò la forchetta. “Fondo patrimoniale?
Quale fondo patrimoniale? ” Meinrad prese il primo documento. “A partire dalle ore 15 di oggi, 17 gennaio 2024, la proprietà immobiliare sita in via Castelroncolo 14, Bolzano, comprensiva del fabbricato residenziale, dell’annesso laboratorio artigianale e del terreno circostante di 3. 443 metri quadrati, è stata trasferita dal signor Erasmo Comploi al fondo vincolato intestato al minore Tobias Comploi, nato il 3 settembre 2019.
”
Il silenzio durò cinque secondi. Li contai. Poi Desiré esplose. “No!
” Gridò, alzandosi in piedi con violenza. “No, non puoi! Quella casa è nostra! Mattia e suo figlio hanno diritto!
” Meinrad non la guardò. Prese il secondo documento. “Il presente atto modifica il testamento del signor Erasmo Comploi, depositato in data 12 marzo 2016. Il nuovo testamento designa come unico beneficiario il fondo vincolato Comploi.
Il signor Mattia Comploi è escluso dall’eredità diretta. La signora Desiré Moreau, in Comploi, non ha alcun diritto sui beni del fondo. ”
Mattia non si era mosso. Era seduto, le mani sul tavolo, le dita che stringevano il tovagliolo come un salvagente.
Il suo viso era bianco, più bianco della tovaglia. “Papà! ” sussurrò. “Papà, che hai fatto?
” Lo guardai. Lo guardai come si guarda un orologio che si è fermato e che non vale la pena riparare. Non con rabbia, non con odio, ma con la tristezza di un artigiano che deve ammettere che un meccanismo è irrecuperabile. “Ho protetto Tobias”, dissi.
“Da voi. ”
Desiré si girò verso di me. I suoi occhi erano selvaggi. “Tu sei pazzo!
Sei un vecchio pazzo! Farò annullare tutto! Farò dichiarare che eri incapace di intendere e di volere! ” Meinrad prese il terzo documento.
“Ho anticipato la sua obiezione, signora Comploi. Questo è il certificato medico rilasciato in data odierna dal dottor Alois Plattner, medico di base del signor Erasmo Comploi. Attesta la piena capacità cognitiva, giuridica e decisionale del paziente. Include i risultati di un test neuropsicologico somministrato questa mattina alle 10:30.
Punteggio 32 su 32. Piena lucidità mentale. ” Non avevo detto a Meinrad del test. L’avevo fatto per conto mio, dopo la visita dal dottore per farmi documentare il segno sulla guancia.
Volevo blindare ogni angolo. “E c’è un ultimo dettaglio”, disse Meinrad. Chiuse la cartella e guardò direttamente Desiré. “Il dottor Plattner ha anche documentato una lesione sulla guancia sinistra del signor Comploi, una contusione lineare compatibile con un colpo inferto con una mano che indossava un anello con pietra.
Il referto è stato inviato ai carabinieri della stazione di Bolzano alle ore 16 di oggi. ” Desiré si lasciò cadere sulla sedia. Il rumore fu pesante, il rumore di una struttura che cede. Mattia si girò verso sua moglie.
“Desiré”, disse, con la voce tremante. “Cos’è questa storia del colpo sulla guancia? ” Non risposi per lei. Non era il mio ruolo.
“Non è niente”, disse Desiré, ma la sua voce era piccola, ridotta. “Non è niente, Mattia. È un malinteso. ” “Mattia”, dissi, con la voce che usavo quando dovevo spiegare a un cliente che il danno era troppo grave.
“Tua moglie mi ha schiaffeggiato questa mattina in cucina perché ho rifiutato di vendere la casa. Poi mi ha detto che se non firmavo i documenti entro stasera, il prossimo passo non sarebbe stato una conversazione. ” Mattia mi fissò, cercando nei miei occhi la menzogna. Non la trovò.
“È vero? ” chiese a Desiré, senza girarsi. Silenzio. “Desiré, è vero?
” “È stato uno schiaffo”, disse lei, in un sussurro velenoso. “Non l’ho picchiato. Ero esasperata. Ho perso la pazienza.
Succede. ” “Hai colpito mio padre”, disse Mattia. E per la prima volta in quella sera, sentii qualcosa nella sua voce che somigliava all’uomo che avrebbe potuto essere. “E tu lo sapevi?
” disse a Mattia. “Non lo schiaffo, i debiti. Sapevi dei 180. 000 euro, sapevi del progetto fallito, sapevi della pressione per vendere la casa?
Sapevi tutto e non mi hai detto niente? ” Mattia abbassò gli occhi. Il lampo di fermezza si spense. “Non sapevo dello schiaffo”, mormorò.
“Ma sapevi del resto. E il resto basta. ”
Il silenzio calò di nuovo. Era il silenzio di un meccanismo che è stato smontato pezzo per pezzo, disposto su un vassoio perché tutti possano vedere cosa c’era dentro.
Meinrad si alzò dalla capotavola. Non aveva finito lo strudel, non aveva finito il vino. Si abbottonò la giacca. Elke si alzò con lui, silenziosa e composta.
“Il mio studio sarà disponibile lunedì mattina per qualsiasi domanda legale”, disse Meinrad, rivolto a nessuno in particolare. “Buonasera. ”
Li accompagnai alla porta. Meinrad mi strinse la mano nel corridoio, lontano dagli orecchi di Desiré e Mattia.
“E adesso? ” “Adesso parto. Ho chiamato Wilhelm nel pomeriggio. Mi ha offerto una stanza sopra la sua bottega a Merano.
Posso lavorare da lì. I 37 orologi li porterò con me domattina. ” “E Tobias? ” “Tobias resta qui con Mattia per adesso.
Ma se Desiré non se ne va entro la fine del mese, Meinrad, presenta la denuncia formale. Non solo per lo schiaffo. Per tutto. ” Meinrad annuì.
“Ti chiamo domani. ” “Domani. ” Confermai e chiusi la porta. Tornai nel soggiorno.
Mattia era ancora seduto al tavolo. Desiré era sparita, sentivo i suoi passi al piano di sopra, il rumore di cassetti che si aprivano e chiudevano con violenza. Stava facendo le valigie, o cercava una scappatoia. Non mi importava.
Mi sedetti di fronte a mio figlio. La tavola tra noi era un campo di battaglia dopo la battaglia. Piatti sporchi, bicchieri mezzi vuoti, briciole di Schüttelbrot. “Mattia”, dissi.
Alzò gli occhi, rossi, vicini alle lacrime. “Ti ricordi quando avevi 8 anni e hai rotto il bilanciere dell’orologio del nonno? ” Annuì lentamente. “Ti ricordi cosa ti ho detto?
” Scosse la testa. “Ti ho detto: un pezzo rotto non significa un orologio perso, significa solo che c’è del lavoro da fare. Ma non ti ho mai insegnato la seconda parte di quella lezione, Mattia. La seconda parte è questa: un orologiaio non può riparare un meccanismo se il proprietario continua a romperlo.
A un certo punto, l’orologiaio deve posare gli attrezzi e dire basta. ” “Papà”, disse Mattia, con la voce di un bambino, non di un uomo di 36 anni. “Non andartene. ” Lo guardai.
Guardai il ragazzino che mi portava gli orologi rotti, l’adolescente che faceva i compiti nel laboratorio, l’uomo che si era perso lungo la strada. “Non me ne vado, Mattia. Mi sposto. Vado a Merano da Wilhelm.
Il laboratorio qui lo chiudo, ma il lavoro continua. ” “E la casa? ” “La casa è di Tobias. Tu puoi vivere qui per adesso, ma Desiré non può restare.
I carabinieri avranno il referto. Se resta, e se succede qualsiasi altra cosa, Meinrad agirà. ” “Papà, mi dispiace. ” Mi alzai, raccolsi i piatti e li lavai a mano, uno per uno, con cura, con rispetto.
Anche le cose sporche meritano di essere pulite con dignità. Quando tornai nel soggiorno, Mattia era ancora lì, immobile, come il pendolo quella mattina, bloccato tra due numeri. “Vai a dormire, Mattia. Domani è un altro giorno.
” Salì le scale senza parlare. Sentii la porta chiudersi, poi silenzio. Rimasi solo. Le candele si erano quasi consumate.
Raccolsi la tovaglia di Agnese, la piegai con cura, seguendo le pieghe che lei aveva stirato. La portai al naso. Non odorava più di lei, odorava di gulasch e di candela e di vino. Ma sotto, molto sotto, se chiudevo gli occhi e respiravo forte, c’era ancora un’ombra del suo profumo di lavanda.
Andai nel corridoio. Il pendolo oscillava regolarmente. Tic tac, tic tac. Le lancette segnavano le 20:52.
Il meccanismo funzionava. Il meccanismo funziona sempre. Sono le persone che si rompono. Entrai nel laboratorio, accesi la lampada.
I 37 orologi sui vassoi di velluto. Li avrei portati tutti a Merano, li avrei finiti. Un orologiaio non lascia mai un lavoro incompiuto. Ma prima c’era un ultimo orologio di cui dovevo occuparmi.
Aprì il cassetto in fondo al banco. Dentro, avvolto in un panno di seta blu, c’era un orologio da tasca. Non era di un cliente, era mio. Era l’orologio che mia madre mi aveva regalato il giorno in cui avevo aperto il laboratorio, 42 anni prima.
Un Eberhard & Co. con la cassa in argento e il quadrante color avorio. Sul fondello era incisa una frase in tedesco: “Die Zeit heilt, wenn man sie pflegt. ” Il tempo guarisce, se lo curi.
Lo aprii. Il meccanismo era perfetto. Non aveva mai avuto bisogno di riparazioni, il che era ironico, dato che il suo proprietario era un uomo che riparava gli orologi degli altri, ma non era riuscito a riparare la propria famiglia. Lo richiusi, lo avvolsi nel panno di seta, lo misi nella tasca del gilet.
Spensi la lampada. Il laboratorio piombò nel buio. Solo il ticchettio del pendolo nel corridoio rompeva il silenzio. Salii le scale al buio.
Passai davanti alla camera di Mattia, silenzio. Passai davanti alla camera di Tobias. Aprì la porta piano. Tobias dormiva nel suo lettino, con le braccia spalancate e la bocca leggermente aperta.
Respirava con il ritmo regolare di un bilanciere appena calibrato. Sul comodino c’era un piccolo orologio a cucù che gli avevo regalato per il terzo compleanno. Mi chinai e gli baciai la fronte. “Buonanotte, Tobias”, sussurrai.
“Il nonno ti ha lasciato un regalo. Non lo capirai adesso, ma un giorno lo capirai. Ti ho lasciato il tempo. Tutto il tempo di questa casa, di queste montagne, di questo laboratorio è tuo.
Non lasciare che nessuno te lo porti via. ” Uscii dalla stanza, chiusi la porta. Andai nella mia camera, preparai una valigia non grande. Un orologiaio non ha bisogno di molte cose: vestiti per una settimana, il set di utensili di precisione che mi aveva regalato il maestro Pickler, l’orologio di mia madre nella tasca del gilet, il registro di restauro con l’elenco dei 37 orologi.
Non portai fotografie, non portai ricordi fisici. I ricordi li avevo nel meccanismo della mia memoria, e quel meccanismo non si ferma mai. Mi sedetti sul letto. La stanza era fredda, l’inverno nelle Dolomiti non perdona.
Ascoltai la casa. Il ticchettio del pendolo saliva dalle scale come il battito cardiaco di un organismo vivente. Quella casa era viva. Era fatta di pietra e legno, ma era viva.
Aveva respirato con me per 66 anni. Aveva visto mia madre cucinare lo Schüttelbrot, mio padre tagliare la legna, Agnese stirare la tovaglia, Tobias fare i primi passi. Adesso avrebbe visto me andare via. Ma non sarebbe morta.
Sarebbe rimasta lì, con il suo pendolo che oscillava e le sue pareti di pietra che tenevano fuori il freddo. La mattina dopo, alle 6:00, prima che chiunque si svegliasse, caricai la valigia e le tre casse di orologi nel mio vecchio furgone Volkswagen. Il motore tossì nel freddo, poi si avviò. Le Dolomiti erano nere contro un cielo che cominciava appena a schiarirsi.
Non guardai la casa nello specchietto retrovisore. Un orologiaio non guarda indietro. Un orologiaio guarda avanti, verso il prossimo meccanismo da riparare. Guidai per un’ora sulla strada statale verso Merano.
Le montagne mi accompagnavano su entrambi i lati, silenziose e impassibili, come le casse degli orologi che trasportavo. Quando arrivai al laboratorio di Wilhelm, il sole stava sorgendo dietro il gruppo di Tessa, dipingendo la neve di rosa e oro. Wilhelm mi aspettava sulla porta, un uomo alto, magro, con le mani di un orologiaio e gli occhi di un amico. Non disse molto.
Mi aiutò a scaricare le casse, mi mostrò la stanza al piano di sopra: piccola, con un letto singolo, un armadio, una finestra che dava sulla Val Passiria. Era tutto quello di cui avevo bisogno. “Il banco è pronto giù in bottega”, disse Wilhelm. “Ho liberato un angolo per te.
” “Grazie, Wilhelm. ” Mi guardò con quegli occhi che sapevano tutto senza che glielo avessi detto. “Stai bene? ” Pensai alla domanda.
Stavo bene. Avevo lasciato la casa dove ero nato, il laboratorio dove avevo costruito la mia vita, il pendolo che aveva scandito i miei giorni per 32 anni, mio nipote nel suo lettino. “Il meccanismo funziona”, dissi. “Ho solo bisogno di ricalibrare il bilanciere.
” Wilhelm capì. Un orologiaio capisce sempre un altro orologiaio. Sono passati quattro mesi da quella sera. Quattro mesi di lavoro nel laboratorio di Wilhelm, di mattine silenziose nella mia stanza con vista sulle montagne, di pomeriggi passati a rimontare meccanismi con le stesse mani che avevano apparecchiato quel banchetto.
Ho finito tutti i 37 orologi. Ogni cliente ha ricevuto il suo meccanismo restaurato. Ogni promessa è stata mantenuta. Wilhelm dice che il mio lavoro è ancora il migliore della regione.
Io dico che il mio lavoro è l’unico linguaggio che conosco. Mattia mi chiama ogni domenica. Le prime due settimane non rispondevo. La terza settimana ho risposto.
Mi ha detto che Desiré se n’è andata, è tornata a Lione dalla sua famiglia. Non ha contestato il fondo, non ha fatto causa. Credo che la denuncia ai carabinieri l’abbia convinta che il costo di restare era più alto del costo di andarsene. A volte il meccanismo della giustizia funziona meglio quando non lo guardi.
Mattia vive nella casa da solo con Tobias. Dice che sta cercando lavoro come geometra, quello che faceva prima di seguire Desiré nel mondo delle speculazioni immobiliari. Dice che gli dispiace, dice che non sapeva dello schiaffo. E io gli credo, perché Mattia è molte cose, ma non è un bugiardo.
È un codardo, il che è diverso. Un bugiardo sceglie di mentire, un codardo sceglie di non guardare. Il risultato è lo stesso, ma l’intenzione è diversa. E un orologiaio sa che la differenza tra un meccanismo difettoso e un meccanismo distrutto sta tutta nell’intenzione del danno.
Tobias viene a trovarmi a Merano un sabato su due. Mattia lo porta in auto. Io lo aspetto alla porta della bottega. Quando lo vedo arrivare correndo sul marciapiede, con quel suo passo irregolare di bambino di quattro anni, sento qualcosa nel petto che somiglia al ticchettio di un meccanismo che riparte.
L’ultimo sabato mi ha chiesto di insegnargli a usare le pinzette. Gli ho dato un paio di pinzette da principiante, quelle con la punta arrotondata, e un vecchio orologio a cucù rotto che avevo tenuto per l’esercitazione. Si è seduto sul mio sgabello, le gambe penzoloni, e ha provato a estrarre una rotella dal meccanismo. Le sue mani tremavano.
Le mani di un bambino tremano sempre. Ma c’era qualcosa nel modo in cui guardava quel meccanismo, qualcosa nella concentrazione dei suoi occhi, nella piega della sua fronte, che mi ha fatto pensare che forse, un giorno, quelle mani avrebbero tremato meno. E forse, un giorno, avrebbero saputo riparare ciò che io non ero riuscito a riparare. “Nonno”, mi ha detto quel sabato, “perché gli orologi si rompono?
” “Perché tutto si rompe, Tobias. Ma un orologiaio esiste per rimettere insieme i pezzi. ” “E se i pezzi sono troppi? ” “Non esistono troppi pezzi.
Esistono solo orologiai che non hanno abbastanza pazienza. ” Mi ha guardato con quegli occhi grandi. “Tu hai abbastanza pazienza, nonno. ” “Io ho tutta la pazienza del mondo, Tobias.
È l’unica cosa che non mi hanno portato via. ”
L’altra sera ho ricevuto una lettera. Non un messaggio, non un’email. Una lettera scritta a mano su carta color avorio, con una calligrafia che non conoscevo.
L’ho aperta nel laboratorio, sotto la lampada a braccio, con la stessa attenzione con cui apro il fondello di un orologio prezioso. Era di Desiré. Non la riporto per intero, non perché non voglia, ma perché alcune parole sono come i meccanismi che si trovano dentro certi orologi antichi: delicati, complessi e pericolosi da maneggiare se non li conosci bene. Vi dico solo questo.
Nella lettera, Desiré mi chiedeva scusa per lo schiaffo. Non per la pressione sulla casa, non per i debiti, non per i quattro anni di tensione. Solo per lo schiaffo. E poi scriveva qualcosa che mi fece fermare la lettura e alzare gli occhi dalla carta.
Scriveva che quando mi aveva colpito, non stava colpendo me. Stava colpendo suo padre, un uomo che lei non vedeva da 18 anni, un uomo che l’aveva abbandonata a 16 anni a Lione, con una madre alcolizzata e un fratello tossicodipendente. Un uomo che possedeva una casa in Provenza e che si era rifiutato di venderla per pagare le cure mediche della madre. Un uomo che aveva scelto la pietra e il legno sopra la carne e il sangue.
Quando aveva visto me, Erasmo Comploi, 66 anni, seduto nella mia casa di pietra e legno ai piedi delle Dolomiti, rifiutando di venderla per aiutare suo figlio, aveva visto suo padre. E la rabbia che aveva tenuto dentro per 18 anni era esplosa sulla mia guancia. Posai la lettera. Guardai il mio riflesso nella lente di ingrandimento del banco.
Il segno sullo zigomo era quasi scomparso. La pelle si era rigenerata. La carne guarisce. È il vantaggio della biologia rispetto alla meccanica.
Un meccanismo rotto resta rotto finché qualcuno non lo ripara. La pelle si ripara da sola. Non ho risposto alla lettera. Non perché non l’abbia perdonata, non perché sia arrabbiato.
Non le ho risposto perché non c’è niente da dire. Le scuse sono come gli orologi al quarzo: funzionano, ma non hanno l’anima di un meccanismo manuale. Non c’è la molla, non c’è il bilanciere, non c’è l’oscillazione che dà vita al tempo. Le scuse di Desiré erano sincere, credo, ma non cambiano il meccanismo, non rimontano gli ingranaggi che si sono spezzati, non fanno ripartire il pendolo.
E poi c’era la questione di Tobias. Il fondo resta vincolato, la casa resta sua. Quando avrà 25 anni, se Mattia avrà imparato a stare in piedi da solo e Desiré avrà trovato la pace con il suo passato, forse allora il meccanismo potrà essere rimontato. Ma quel giorno è lontano.
E un orologiaio sa che il tempo lontano non si misura, si aspetta. Vi dicevo all’inizio di questa storia che il tempo non torna indietro. Lo dicevo perché ci credevo, con la certezza di un uomo che ha passato 42 anni a riparare meccanismi che misurano qualcosa di inesorabile. Mi sbagliavo.
Il tempo torna. Non indietro, non allo stesso punto, non allo stesso modo, ma torna. Torna quando un bambino di quattro anni prende in mano le pinzette e cerca di estrarre una rotella da un meccanismo rotto. Torna quando il profumo dello Schüttelbrot riempie una cucina nuova e per un secondo ti ritrovi nella cucina di tua madre.
Torna quando un pendolo che si era fermato riprende a oscillare e il suo ticchettio riempie una casa che pensavi di aver perso. Il tempo torna, basta saperlo costruire. Mi chiamo Erasmo Comploi. Ho 66 anni, sono un maestro orologiaio.
Ho perso la mia casa, il mio laboratorio, la fiducia di mio figlio e la pelle della mia guancia sinistra. Ma ho ancora le mie mani, ho ancora i miei occhi, ho ancora la mia pazienza. E ho un nipote che un giorno, se il meccanismo funziona come spero, saprà riparare quello che io non sono riuscito a riparare. A Merano, nella bottega di Wilhelm, c’è un banco che adesso è mio, c’è una lampada che adesso è mia, c’è uno sgabello che porta già la forma del mio corpo.
E sulla parete, sopra il banco, ho appeso un pendolo. Non il Kieninger del corridoio di Bolzano, quello è rimasto nella casa per Tobias. Ho appeso una replica che ho costruito con le mie mani nelle prime settimane a Merano. È un po’ più piccola, ha un ticchettio leggermente diverso, ma funziona.
Funziona con la stessa precisione del tempo che scorre, che guarisce e che, se lo curi, ti restituisce quello che pensavi di aver perduto. Tic tac, tic tac, tic tac. Il meccanismo funziona.


