La maglia era lì, nascosta sotto i suoi maglioni invernali, nell’armadio che non aprivo mai. Rossa e gialla, i colori della Roma, i colori che mia moglie aveva sempre detto di detestare. Ero tornato a casa prima del previsto quel giovedì pomeriggio. Un guasto all’impianto del mio ristorante a Trastevere mi aveva costretto a chiudere per qualche ora.

Cercavo una sciarpa vecchia per coprirmi dal freddo di febbraio mentre aspettavo il tecnico, e invece ho trovato quella maledetta maglia. Numero 17, un nome sul retro che non conoscevo. Le mie mani si sono fermate, come se il tempo stesso avesse deciso di fermarsi con me in quella stanza silenziosa, con l’odore del suo profumo nell’aria e quella maglia che bruciava tra le mie dita. Sofia, mia moglie da ventisei anni.
La donna che mi aveva sempre accompagnato allo stadio Olimpico quando giocava la Lazio, la mia squadra, il mio sangue. Sempre con quella faccia annoiata, sempre a lamentarsi del freddo, del rumore, della folla. “Il calcio è una perdita di tempo, Marco,” diceva. “Non capirò mai questa ossessione.
”
Eppure quella maglia era taglia grande da uomo, usata, con macchie di sudore ancora visibili sotto le ascelle. Il telefono ha vibrato. Un messaggio di Sofia. “Torno tardi stasera, amore.
Cena con le ragazze. ”
Le ragazze. Ho ripiegato la maglia esattamente come l’avevo trovata. L’ho rimessa sotto i maglioni.
Ho chiuso l’armadio, sono sceso in cucina, ho preso una bottiglia di Montepulciano e ho cominciato a bere direttamente dal collo. Quella sera, quando Sofia è tornata alle 23:30, profumata di un dopobarba che non era il mio, io stavo ancora seduto al buio in cucina. Lei ha acceso la luce, mi ha visto, ha sorriso. “Tutto bene, tesoro?
”
Ho sorriso anche io. “Tutto perfetto. ”
Ma dentro di me qualcosa si era già rotto. I giorni successivi sono stati una tortura silenziosa.
Aprire il ristorante alle undici, sorridere ai clienti, preparare i piatti con la stessa cura di sempre. Ma ogni sera, a casa, ero un’altra persona. Sofia non si accorgeva di niente. O forse fingeva di non accorgersi.
Ho cominciato a osservare ogni dettaglio. Lei usciva sempre più spesso. Le ragazze, diceva. Pilates, diceva.
La parrucchiera. E io annuivo, sorridevo, la baciavo sulla guancia prima che uscisse. Una sera, mentre lei era sotto la doccia, ho controllato il suo telefono. Password cambiata.
Per ventisei anni aveva usato la data del nostro matrimonio. Ora c’era un codice che non conoscevo. Non ho detto niente. Il lunedì successivo, durante la pausa pranzo, sono tornato a casa.
La maglia era ancora lì. L’ho tirata fuori, l’ho girata, ho letto di nuovo quel nome sul retro: Pellegrini. Numero 17. Ho cercato su internet: Lorenzo Pellegrini, centrocampista della Roma.
Ma questa maglia non sembrava ufficiale. Era troppo vissuta, troppo personale. Come se qualcuno l’avesse indossata davvero, l’avesse sudata, l’avesse amata. Ho fotografato il nome.
Ho fotografato il numero. Poi ho rimesso tutto a posto. Quella sera Sofia è tornata presto. Ha cucinato la mia pasta preferita, la carbonara, con il guanciale croccante e il pecorino romano stagionato.
Si è seduta di fronte a me e mi ha guardato con quegli occhi che una volta amavo. “Sei strano ultimamente, Marco. Distante, come se fossi da un’altra parte. ”
Ho bevuto un sorso di vino, poi ho posato il bicchiere lentamente.
“Sto solo pensando al ristorante. Sai com’è. Febbraio è sempre un mese difficile. ”
Lei ha annuito, ha sorriso, ha continuato a mangiare.
Ma io stavo guardando il suo collo. C’era un segno piccolo, rossastro, appena sopra la clavicola. Lei se n’è accorta e si è toccata il punto con le dita. “Le ragazze ieri hanno insistito per provare quel nuovo locale a San Lorenzo.
C’era una folla assurda. Qualcuno mi ha urtato con una sigaretta. ”
“Una sigaretta? ”
“Fa male?
”
“No, no. È solo un graffio. ”
Ho finito di mangiare in silenzio. Ho lavato i piatti, ho asciugato tutto con cura.
Sofia è andata in salotto a guardare la televisione. Io sono rimasto in cucina con le mani nell’acqua calda e un pensiero che cresceva nella testa come un tumore. Quella notte, mentre lei dormiva accanto a me, ho fissato il soffitto per ore. Il suo respiro era regolare, tranquillo, come se niente fosse.
Come se la nostra vita non stesse crollando pezzo dopo pezzo. E io stavo già pianificando qualcosa che lei non si sarebbe mai aspettata. Il mercoledì mattina ho fatto una cosa che non avevo mai fatto in ventisei anni di matrimonio. Ho seguito mia moglie.
È uscita alle 9:30, come sempre. “Vado al mercato di Campo de’ Fiori,” ha detto. “Poi magari passo da Valentina. ”
Valentina, la sua migliore amica.
O almeno così voleva farmi credere. Ho aspettato cinque minuti, poi sono salito in macchina, una vecchia Fiat Punto grigia che usavo raramente, e l’ho seguita per le strade di Roma. Guidava lentamente, senza fretta. Al semaforo di via Arenula ha preso il telefono, ha scritto qualcosa, ha sorriso allo schermo.
Non è andata al mercato. Ha proseguito verso Testaccio, ha parcheggiato vicino al mercato coperto, è scesa con quella borsa grande che portava sempre, ma non è entrata. Ha attraversato la piazza, ha svoltato in una strada laterale e si è fermata davanti a un palazzo anni Sessanta con le pareti color ocra e le persiane verdi. Terzo piano.
Ha suonato il citofono. Qualcuno ha aperto senza nemmeno chiedere chi fosse. Sono rimasto in macchina, parcheggiato dall’altra parte della strada. Ho aspettato un’ora.
Due ore. Tre ore. Alle 13:15 la porta si è aperta. Sofia è uscita, ma non era sola.
Con lei c’era un uomo alto, corporatura atletica, capelli scuri tagliati corti, barba curata. Indossava una tuta sportiva grigia con dettagli arancioni e scarpe da ginnastica Nike bianche. L’ha baciata sulla bocca. Lungo.
Come se fossero soli al mondo. Poi lui ha detto qualcosa. Lei ha riso, ha toccato il suo petto con la mano e si sono salutati. Lui è rientrato nel palazzo, lei è tornata alla macchina.
Io sono rimasto lì, immobile, a guardare quella porta chiudersi. Non ho seguito Sofia. Sapevo già dove sarebbe andata: a casa, a prepararsi per l’ennesima bugia della sera. Sono sceso dalla macchina, ho attraversato la strada, ho guardato i citofoni.
Terzo piano, interno 7. Nessun nome. Solo un campanello bianco e anonimo. Un vecchio stava uscendo dal portone.
Gli ho sorriso. “Scusi, sto cercando un amico. Terzo piano, interno sette, ma non riesco a ricordare il suo cognome. ”
Il vecchio mi ha guardato con diffidenza, poi ha scrollato le spalle.
“Boh. Lì ci sta un ragazzo giovane. Viene e va. Non parla mai con nessuno.
”
“Sa che lavoro fa? ”
“E che ne so? Fatti suoi. ”
Il vecchio se n’è andato.
Io sono rimasto lì a fissare quel portone, quel terzo piano, quella finestra con le persiane socchiuse. Sono tornato in macchina e ho guidato verso il ristorante, ma la testa era altrove. Stava già costruendo un piano. Quella sera Sofia è tornata alle otto.
“Che giornata! Il mercato era pieno. Poi Valentina voleva parlare dei suoi problemi con il marito. Sai com’è?
”
“Certo. So come è. ”
E mentre lei si toglieva il cappotto, io la guardavo e dentro di me qualcosa di freddo e definitivo stava prendendo forma. Ho chiamato mio cugino Davide quella sera stessa.
Lui lavora per una compagnia di assicurazioni, ha accesso a certi database, conosce persone che possono trovare informazioni. “Marco, che ti serve? ”
“Un indirizzo. Testaccio.
Via Galvani 43, terzo piano, interno 7. Voglio sapere chi ci abita. ”
Silenzio dall’altra parte. “Marco, è tutto ok?
”
“Sì. Mi serve solo questa informazione. ”
“Ok, ti faccio sapere. ”
Due giorni dopo, venerdì mattina, Davide mi ha richiamato.
“Il tuo uomo si chiama Alessio Marchetti. Trentaquattro anni, istruttore di palestra. Lavora al Fit Zone di via Ostiense. Nessuna fedina penale.
Single. ”
Alessio Marchetti. Ho ringraziato Davide, ho chiuso la telefonata e ho cercato la palestra su internet. Palestra moderna, vetrate enormi, foto dei personal trainer sul sito.
E lì c’era lui. Sorriso perfetto, addominali in vista. La stessa faccia che avevo visto uscire da quel portone. Specializzato in allenamento funzionale e preparazione atletica.
Certo. Preparazione atletica. Ho guardato l’orario. La palestra apriva alle sette di mattina.
Ho deciso di andarci il lunedì successivo. Quel weekend è stato surreale. Sofia era particolarmente affettuosa. Mi abbracciava, mi baciava, mi chiedeva come stavo.
Sabato sera ha anche proposto di andare al cinema, una cosa che non facevamo da mesi. “Qualcosa di romantico,” ha detto. “Come una volta. ”
Siamo andati.
Un film francese, una storia d’amore a Parigi. Lei piangeva nelle scene romantiche, teneva la mia mano, mi guardava con quegli occhi. Gli stessi occhi che poi avrebbe usato per guardare lui. Sono tornato a casa e ho vomitato.
Lei pensava fossi ubriaco. Lunedì mattina alle 7:15 ero davanti al Fit Zone. Ho pagato una prova gratuita. Mi hanno fatto un tour della struttura e poi l’ho visto.
Alessio Marchetti in carne e ossa. Alto, spalle larghe, quel sorriso da vendere che sicuramente funzionava con le donne. E con mia moglie. “Vuole provare una sessione con un personal trainer?
” mi ha chiesto la receptionist. “No, grazie. Voglio solo allenarmi da solo oggi. ”
Mi sono messo su un tapis roulant.
Lui era dall’altra parte della sala, stava seguendo una cliente giovane che rideva a ogni sua battuta. Il suo metodo, evidentemente. Dopo mezz’ora se n’è accorto. Mi ha guardato.
Per un secondo i nostri occhi si sono incrociati. Lui non mi conosceva. Io conoscevo ogni centimetro della sua vita. Sono uscito dalla palestra e sono tornato al ristorante.
Mentre preparavo il ragù, mentre sentivo l’odore del soffritto riempire la cucina, nella mia testa stava nascendo un’idea. Il derby Roma-Lazio. Stadio Olimpico. 28 febbraio.
Tra dieci giorni. Quella sera ho comprato due biglietti nel settore ospiti, curva nord, dove stanno i tifosi della Lazio. La mia squadra. Il mio cuore.
Sofia quella sera mi ha chiesto se andava tutto bene. “Perfetto. Anzi, ho una sorpresa per te. ”
“Una sorpresa?
”
Ho sorriso. “Aspetta e vedrai. ”
I giorni prima del derby sono stati i più lunghi della mia vita. Sofia continuava la sua routine, le sue uscite, le sue bugie.
Io continuavo a sorridere, ad annuire, a fingere che tutto fosse normale. Ma dentro stavo costruendo qualcosa di preciso. Il 20 febbraio, una settimana prima della partita, sono tornato a Testaccio. Questa volta non per seguire Sofia.
Questa volta per lui. L’ho aspettato fuori dalla palestra. Alle 19:30 è uscito, stesso abbigliamento sportivo, stessa sicurezza arrogante. È salito su una BMW Serie 3 nera ed è partito.
L’ho seguito fino al suo palazzo. È entrato, dopo venti minuti è uscito di nuovo, questa volta in borghese. Jeans, giacca di pelle, scarpe eleganti. È andato in un bar a San Lorenzo, ha incontrato degli amici, hanno bevuto birra, hanno riso, hanno parlato di calcio.
Tutti tifosi della Roma. Sono rimasto seduto in macchina dall’altra parte della strada. Li guardavo attraverso la vetrina. Alessio gesticolava, mostrava qualcosa sul telefono.
Gli altri ridevano. Poi uno di loro ha detto qualcosa sul derby. Alessio ha alzato il pugno. “Stavolta li ammazziamo.
”
Ho letto sulle sue labbra. Sono tornato a casa quella sera con un’idea ancora più chiara. Non bastava esporre Sofia. Non bastava dire “Ti ho scoperta” e finire lì.
Volevo che lei, che entrambi, sentissero quello che avevo sentito io quando avevo trovato quella maglia. Il 25 febbraio, tre giorni prima del derby, ho fatto la mia mossa. Quella sera Sofia stava uscendo. Le ragazze, come sempre.
L’ho fermata prima che aprisse la porta. “Sofia, aspetta. ”
Si è girata. “Sai, ho pensato che è passato tanto tempo dall’ultima volta che siamo andati allo stadio insieme.
”
Ha fatto una faccia perplessa. “Lo stadio? ”
“Sì. Il derby.
Roma-Lazio, domenica. Ho comprato due biglietti. Pensavo magari potremmo andarci insieme, come una volta. ”
Il suo viso è diventato bianco.
Ha aperto la bocca, poi l’ha chiusa, poi ha provato a sorridere. “Ma Marco, io odio il calcio, lo sai? ”
“Lo so. Ma questa volta è diverso.
È un derby. È speciale. E poi è da tanto che non facciamo niente insieme. ”
Ha esitato.
Ha guardato il telefono. Poi mi ha guardato di nuovo. “Non so. Devo controllare se ho qualcosa quel giorno.
”
“Controlla pure. Ma davvero, mi farebbe piacere. ”
“Ok. Vedo cosa posso fare.
”
È uscita più velocemente del solito. Quella notte non è tornata fino alle due del mattino. Quando è entrata in camera, io ero sveglio, ma fingevo di dormire. Lei si è infilata sotto le coperte, ha sussurrato il mio nome.
Io non ho risposto. Il giorno dopo mi ha mandato un messaggio mentre ero al ristorante. “Va bene. Per domenica vengo allo stadio con te.
”
Ho letto il messaggio tre volte. Poi ho risposto: “Perfetto. Sarà una giornata indimenticabile. ”
Quella sera ho controllato di nuovo il suo armadio.
La maglia era sparita, ovviamente. Non importava più. Avevo già tutto quello che mi serviva. Domenica 28 febbraio, giorno del derby.
Il cielo era grigio, minacciava pioggia. Ma a Roma, quando c’è il derby, il tempo non conta. Sofia si è svegliata nervosa. L’ho sentita in bagno, parlava al telefono a voce bassa.
Poi ha chiuso la chiamata velocemente. Quando sono entrato: “Tutto bene? ”
“Sì, sì. Era solo Valentina.
”
Valentina. Ovvio. Abbiamo fatto colazione in silenzio, poi ci siamo preparati. Io ho indossato la mia maglia della Lazio, quella storica del 2000, con l’aquila sul petto.
Sofia mi guardava come se avessi indossato un costume da carnevale. “Davvero la metti? ”
“È il derby, Sofia. È tradizione.
”
Lei ha annuito, si è vestita casual. Jeans, giacca, sciarpa. Niente colori. Niente che potesse identificarla.
Siamo partiti alle tredici. Lo stadio Olimpico si riempie presto nei giorni di derby. Il traffico era impossibile. Tifosi ovunque, cori, tamburi, fumogeni.
L’aria era elettrica. Ho parcheggiato vicino a Ponte Milvio. Abbiamo camminato verso lo stadio. Sofia camminava lentamente, guardava il telefono continuamente.
Sembrava cercasse qualcosa o qualcuno. “Sei sicura di stare bene? ”
“Sì, è solo… c’è molta gente. È normale.
È il derby. ”
Siamo arrivati all’ingresso, ho mostrato i biglietti. Settore ospiti, curva nord. Controlli di sicurezza rigidi.
Perquisizioni, metal detector. Sofia era sempre più tesa. Siamo entrati. Il rumore era assordante.
Cinquantamila persone, cori, bandiere, tensione pura. Abbiamo trovato i nostri posti. Eravamo circondati da tifosi della Lazio, tutti con sciarpe, maglie, facce dipinte. Sofia si è seduta accanto a me.
Le sue mani stringevano la borsa, i suoi occhi scansionavano lo stadio. Il settore opposto. Quello della Roma. “Hai freddo?
” le ho chiesto. Le ho passato la mia sciarpa. Lei l’ha rifiutata. “No, grazie.
Sto bene. ”
La partita stava per iniziare. Le squadre stavano entrando in campo. Il rumore era insopportabile.
E poi l’ho visto. Alessio Marchetti. Settore della Roma, curva sud. Seduto a poche file dal bordo con altri cinque o sei amici, tutti con la maglia della Roma.
Lui aveva la stessa maglia che avevo trovato nell’armadio di Sofia. Numero 17. Pellegrini. L’ho indicato a Sofia con discrezione.
“Guarda quello là. ”
Sofia ha seguito il mio sguardo. Quando i suoi occhi hanno incontrato Alessio, il suo viso è diventato cenere. “Chi?
Chi è? ” ha chiesto con voce tremante. “Non lo so. Solo un tifoso.
Ma quella maglia è uguale a una che ho visto da qualche parte. ”
Lei non ha risposto. Ha abbassato lo sguardo. Le sue mani tremavano adesso.
La partita è iniziata. Ma io non guardavo il campo. Guardavo lei. Guardavo lui.
Guardavo come Alessio urlava, saltava, festeggiava ogni azione della Roma. Al ventesimo minuto la Lazio ha segnato. Il nostro settore è esploso. Ho urlato, ho abbracciato gli sconosciuti accanto a me.
Sofia è rimasta seduta. Immobile. “Non festeggi? ” le ho chiesto.
Lei mi ha guardato. E in quel momento, in quel preciso momento, ha capito che io sapevo tutto. Il secondo tempo è stato un incubo per Sofia. Io continuavo a parlare, a commentare, a guardare verso il settore della Roma, verso Alessio.
Lei non diceva niente. Paralizzata. All’ottantesimo minuto la Roma ha pareggiato. La loro curva è impazzita.
Alessio è saltato, ha abbracciato i suoi amici, ha urlato verso il nostro settore insulti e gestacci. Mi sono alzato. Sofia mi ha afferrato il braccio. “Marco, andiamo via.
”
“Andare via? Manca poco. Voglio vedere la fine. ”
“Per favore.
Non mi sento bene. ”
“Resisti ancora dieci minuti. ”
La partita è finita 1-1. Pareggio.
Lo stadio si è svuotato lentamente. Noi siamo rimasti seduti. Ho aspettato che la folla si diradasse. Ho aspettato che il settore della Roma cominciasse a uscire.
Poi mi sono alzato. “Andiamo. ”
Sofia si è alzata meccanicamente. Siamo usciti dallo stadio.
Fuori c’era ancora caos. Tifosi che cantavano, altri che litigavano, polizia ovunque. Ho preso Sofia per mano. Lei non ha resistito.
Sembrava uno zombie. L’ho guidata attraverso la folla, verso l’uscita del settore della Roma. E lì ho visto Alessio uscire con i suoi amici. Ridevano, scherzavano, di buon umore nonostante il pareggio.
Mi sono fermato a pochi metri da lui. Sofia ha capito. Ha provato a tirarmi indietro. “Marco, no.
Per favore. ”
Ma io ho continuato ad avanzare. Quando Alessio mi ha visto, quando i nostri occhi si sono incrociati, qualcosa nel suo sguardo è cambiato. Mi ha riconosciuto dalla palestra.
E poi ha visto Sofia accanto a me. Il suo viso è diventato bianco. Ho fatto un passo avanti. Mi sono fermato a pochi centimetri da lui.
“Bella partita, vero? ”
Lui non ha risposto. I suoi amici ci guardavano confusi. “Comunque, volevo solo dire che è grande quella maglia.
”
Alessio ha deglutito. “Cosa? ”
“La numero 17. Pellegrini.
È grande. O almeno, quella che hai lasciato a casa di mia moglie lo era. ”
Il silenzio che è seguito è stato assordante. Anche nel caos dello stadio, con migliaia di persone intorno, quel momento è stato perfettamente silenzioso.
Gli amici di Alessio hanno guardato Sofia, poi hanno guardato lui. Uno di loro ha detto: “Ma che cazzo? ”
Sofia ha cominciato a piangere. Non in modo drammatico.
Solo lacrime silenziose che le scivolavano sul viso. Io ho continuato a guardare Alessio. Ha aperto la bocca, ma non è uscita nessuna parola. “Non devi dire niente.
Volevo solo che tu sapessi che adesso so tutto. E volevo che lei vedesse che io so. ”
Mi sono girato verso Sofia. “Ventisei anni.
Ventisei anni insieme, per cosa? Per una maglia della Roma nascosta in un armadio. ”
Lei ha provato a parlare. “Marco, io… no.
Non adesso. Non qui. ”
Mi sono girato di nuovo verso Alessio. “Goditela.
È tutta tua, adesso. ”
E me ne sono andato attraverso la folla verso il parcheggio, senza guardarmi indietro. Sofia ha provato a seguirmi. Ha urlato il mio nome.
Io ho continuato a camminare. Non mi sono fermato. Quella sera non sono tornato a casa. Ho guidato senza meta per ore attraverso Roma.
Le strade vuote di notte, le luci gialle dei lampioni, il Tevere che scorreva nero sotto i ponti. Mi sono fermato vicino al Colosseo. Ho spento il motore. Sono rimasto seduto in macchina a guardare quelle pietre antiche, quella storia millenaria che aveva visto tutto.
Imperi cadere, amori finire, vite spezzarsi. E ho pianto. Non lo facevo da anni. Ma quella notte ho pianto come un bambino.
Il telefono ha squillato decine di volte. Sofia. Messaggi, chiamate, vocali disperati. “Marco, ti prego, rispondi.
Possiamo parlare? Posso spiegare? Ti prego. ”
Ho spento il telefono.
Alle quattro del mattino sono tornato al ristorante. Ho aperto con le mie chiavi. Mi sono seduto nella cucina buia. Ho pensato a tutti quei pranzi preparati, a tutte quelle cene servite, a tutto l’amore messo in ogni piatto.
Mentre lei era con un altro. Il giorno dopo ho chiamato un avvocato, un vecchio amico di mio padre. “Voglio il divorzio. E voglio che sia veloce.
”
“Marco, sei sicuro? Non vuoi pensarci? ”
“Ho già pensato abbastanza. ”
Due settimane dopo ho cambiato le serrature di casa.
Sofia era andata a dormire dalla madre. I suoi avvocati hanno provato a negoziare. Voleva la casa, metà del ristorante, metà di tutto. Ma io avevo le prove.
Le foto, i messaggi che Davide era riuscito a recuperare. La verità nuda e cruda. Alla fine ha preso solo i suoi vestiti e qualche mobile. Il resto è rimasto mio.
Sono passati tre mesi. Il ristorante va bene, meglio di prima. Ho assunto uno chef giovane, Luca, bravissimo. I clienti sono felici, le recensioni sono ottime.
La mia vita è diversa. Più vuota, forse. Ma anche più onesta. Ho visto Alessio un’altra volta, per caso, in un bar vicino a Piazza Navona.
Era con una ragazza. Non Sofia. Un’altra, più giovane, carina. Lui non mi ha visto, o ha finto di non vedermi.
Non importa. Di Sofia non so niente. Qualcuno mi ha detto che si è trasferita a Milano. Un nuovo lavoro, una nuova vita.
Meglio così. Ogni tanto, quando chiudo il ristorante la sera, quando sono da solo nella cucina silenziosa, quando spengo le luci e chiudo la porta, penso a quella maglia. A come qualcosa di così piccolo, così insignificante, possa distruggere un’intera vita. Ma poi penso anche a come quel piccolo pezzo di stoffa mi abbia salvato.
Mi abbia mostrato la verità. Mi abbia liberato da una bugia che sarebbe potuta andare avanti per sempre. L’altro giorno sono andato allo stadio Olimpico da solo. Lazio contro Napoli.
Abbiamo vinto 3-1. Ho urlato, ho cantato, ho sentito di nuovo quella gioia pura. Quella passione. Quella vita.
E quando sono tornato a casa quella sera, nella mia casa vuota, silenziosa, ho dormito meglio di quanto avessi dormito in anni. Perché finalmente, finalmente, ero di nuovo io.


